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1999


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bullet Beato Ludwik Mzyk, SVD (1905-1940)
bullet Beato Alojzy Liguda, SVD (1898-1942)
bullet Beato Stanislaw Kubista, SVD (1898-1940)
bullet Beato Grzegorz-Bolesław Frąckowiak, SVD (1911-1943)

Fonte: Księża Werbiści - PL 14-520 Pieniężno

Beato Ludwik Mzyk, SVD
(1905-1940)

. Ludwik Mzyk, missionario verbita, assassinato in VII Fort a Poznan, proveniva da una famiglia di minatori. Suo padre (si chiamava anche lui Ludwil) era mastro minatore nella miniera "Prezydent" a Chorzów I; la madre, Franciszka n. Hadasz era di Bytków presso Katowice. I genitori avevano 9 figli, Ludwik era quintogenito. Nacque a Chorzów Stary il 22 aprile 1905. Nella sua giovinezza fece chierichetto, frequentò la scuola elementare, religione e ricevette la Prima Comunione a Chorzów Stary, in quanto lo interessavano le cose religiose. Durante la missione in parrocchia predicata da un missionario di Nysa è nata la sua vocazione missionaria. Rivelò questa intenzione ai genitori, i quali la giudicarono criticamente, poi la comunicò ai suoi parenti, i quali lo sostenettero e insieme ai genitori sì adoperarono per farlo entrare nel Seminario Minore dei Verbiti a Nysa. Tutto questo venne appoggiato anche molto benevolmente dal parroco Don Namysto.

A Nysa arrivò il 13 settembre 1918 e fu registrato con il numero 1529, qui nell'anno 1926 ottenne la maturità. Durante gli studi, visse dolorosamente la morte di suo padre nell'anno 1920. Arrivò ai funerali e la sorella minore ricorda che vegliò la bara pregando tutta la notte. La morte del padre fu precoce e per questo Ludovico durante le ferie lavorò con suo fratello nella miniera, dove lavorava il padre, per poter così aiutare la madre.

Si iscrisse alla associazione "Kwikbom" rinunciando all'uso di alcool e sigarette. Restò fedele a queste promesse fino alla morte.

Da Nysa, dopo brevi vacanze, partì per St. Augustin (Germania) dove fece il noviziato. Nel 1928 emise i primi voti religiosi. Dopo aver terminato gli studi di filosofia venne inviato a Roma per gli studi teologici in quanto i superiori avevano preso in considerazione i suoi talenti e le sue doti. Fu ordinato sacerdote a Roma il 30 ottobre 1932, festa dei Cristo Re. Celebrò la Prima Messa, la solennità di Tutti i Santi, nella cappella della Casa Generalizia a Roma. Avviso stampato in polacco firmato: P. Ludwik Mzyk SVD da Chorzów. Sui santini-ricordo della prima messa aveva scritto: "Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile ed unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen". (1 Tm 1, 17).

Terminò gli studi il 5 febbraio 1932 con la laurea in teologia alla Gregoriana. Aspettando il diploma fece l'aiutante del maestro dei novizi a St. Gabriel presso Vienna, così per qualche mese imparò come svolgere questo incarico.

Nell'estate del 1935 arrivò a Chludowo presso Poznan laddove nel palazzo comprato dal signor Roman Dmowski, i Verbiti avevano fondato il loro primo noviziato in Polonia. Tutto era nuovo: casa, candidati al noviziato, un giovane, 30 anni d'età, maestro dei novizi, che parlava il dialetto della Slesia imparato nella casa natale. Il 15 settembre i 21 candidati cominciarono il loro noviziato. I novizi approfondivano la vita religioso-missionaria, e il loro maestro imparava anzitutto la lingua polacca letteraria, che apprese sorprendentemente in breve tempo. L'opinione dei novizi era concordante: avevamo un santo come maestro. La mancanza di esperienza era colmata da umiltà, cortesia e laboriosità straordinarie, personificava una sana ascesi religiosa... era abbastanza severo con gli altri, ma ancora di più con se stesso, tendeva consapevolmente alla santità sacerdotale e missionaria, apparteneva alla gente che irradia l'ambiente e lascia l'impronta della sua presenza... in seminario per noi era non solo un superiore, ma anche un modello." Educava i novizi nello spirito dei Fondatore cioè nell'amore al Santissimo Sacramento e al Sacro Cuore, allo Spirito Santo, alla Maria Santissima e a san Giuseppe... alla Buona Novella del Verbo Incarnato. I novizi entravano in camera del P. Maestro senza paura, ma con grande stima e rispetto. Il suo soave "Ave" non era solo un invito semplice, ma un saluto all'Immacolata e a chi entrava. Verso la fine degli studi, seguendo l'esempio di P. Grignon, si dedicò del tutto alla Beata Vergine Maria e firmò il documento col proprio sangue nel 1926. Il suo volto sorridente rivelava quella serenità interna e l'armonia. Evidentemente assolvette bene ai suoi doveri, se nel 1939 fu nominato Rettore della casa a Chludowo.

Era calmo quando scoppiò la guerra e tutti i novizi subirono una evacuazione che li portò all'est della Polonia, era tranquillo quando tornarono. La sua calma creava un certo ottimismo malgrado le notizie cattive. Fece il possibile per assicurare un avvenire al noviziato, e trattò al riguardo con le case SVD in Austria e Germania e con il Generalato a Roma. Propose perfino lo spostamento del noviziato a Bruczków dove in una grande fattoria si sarebbe potuto lavorare e così sopravvivere. Credette, come quasi tutti allora, che la guerra sarebbe finita tra breve e tutto sarebbe tornato alla normalità. Però sempre più spesso si accorgeva che non conosceva i tedeschi malgrado che fosse stato istruito in Austria e Germania. Nel contatto diretto con la Gestapo e l'esercito lui ha perso. Si espose alla loro malevolenza in un colloquio, e questo determinò il suo destino futuro.

La vita era quasi normale, a parte la minaccia della fame. I tedeschi raramente visitavano il convento, le occupazioni si svolgevano normalmente. Però è arrivato il giorno 25 gennaio 1940. A mezzogiorno in punto sono arrivate le macchine con la Gestapo e con i sacerdoti dei dintorni di Poznan e Oborniki Wielkopolskie. I confratelli e i sacerdoti arrivati sono stati radunati nel refettorio. In un certo momento sulla porta apparve P. Maestro e Rettore, pallido, ma calmo e disse: "Io devo partire con loro, dicono che ritornerò, intanto il vostro superiore è P. Chodaidio..." voleva ancora dire qualcosa, ma qualcuno lo strappò violentemente e non lo vedemmo più, come poi risultò, per sempre. Lo presero come stava - in talare con cingolo. Un sacerdote vide a Poznań come era maltrattato mentre era costretto a caricare un camion, e disse: "Il vostro maestro è un vero angelo". Il giorno precedente il P. Maestro era stato a Poznań, voleva ottenere per i seminaristi il permesso di andare dalle loro famiglie. Non aveva ottenuto nulla perché non era stato ricevuto. Dopo l'arresto del P. Maestro a Poznan; non fu possibile sapere che cosa gli era successo. Le autorità assicuravano che fra breve sarebbe tornato appena fossero state chiarite certe cose. Lo stesso dicevano alla sua famiglia che risiedeva in Slesia e aveva maggiore possibilità di ottenere il rilascio dei suo parente. Suo fratello Wilhelm scrive: "Non ha aiutato nessun intervento da parte della Chiesa e da parte mia e delle mie sorelle. Due volte qualcuno ha portato la biancheria del P. Maestro, era piena di sangue e conteneva un nascosto biglietto con la scritta: ancora vivo, se potete aiutatemi". Della sua morte il convento ha saputo solo dopo qualche settimana. Persino P. Wigge, inviato dal P. Generale per salvare i confratelli e le case missionarie, non era venuto a sapere nulla, ma ricevette l'impressione che lui era già morto, ed era così veramente. Tutte le informazioni circa la morte martoriata del P. Maestro provengono dai testimoni oculari di Fort VII a Poznad: Don Sylwester Marciniak e don Franciszek Olejniczak, i quali erano imprigionati insieme al P. Maestro.

Don Sylwester Marciniak scrive: "Incontrai P. Mzyk nella cella n. 60 a Fort VII a Poznad il 1 febbraio 1940. insieme a lui c'erano 28 prigionieri... Tutti avevano una grande fame... Non di rado di giorno o di notte i guardiani precipitavano nella cella e per ragioni insignificanti o senza motivo percuotevano i prigionieri... P. Mzyk eseguiva tutti gli ordini meticolosamente... e pregava sempre... Mercoledì delle Ceneri, 1 febbraio 1940, tutti i sacerdoti erano riuniti nella piccola cella n. 69, vicino al cancello orientale... (canonico Putz, Don Cichowski... P. Frankiewicz, P. Mzyk, don Marciniak ... ) L'ordine di giorno era lo stesso come nelle altre celle... ma i guardiani tentavano di infastidirci di più... Un tema prediletto di Don Olejniczak era la figura del Cristo e l'azione dello Spirito Santo, discussioni a cui partecipava vivamente P. Mzyk... Un altro tema prediletto di P. Mzyk era la lettura per gioventù. Le autorità della prigione si interessavano di P. Mzyk in modo particolare. Un giorno in cella entrò il comandante della prigione con un altro ufficiale. Uno per uno interrogava: nome e "reato", dinanzi a P. Mzyk si fermò e disse: "Ah! questi è il nostro avversario duro". Dopo che gli ufficiali erano usciti, P. Mzyk ci spiegò che aveva dato "dure" risposte durante l'arresto e l'indagine... Un giorno il guardiano Hoffmann ha chiamato fuori P. Mzyk e in corridoio lo ha percosso terribilmente... Il 20 febbraio pomeriggio nella nostra cella precipitò il sottufficiale Dibus - sembrava essere il sostituto del comandante - con un autista, erano ubriachi, fecero una scenata terribile, anzitutto schiaffeggiarono P. Mzyk, fu questo autista agli ordini di Dibus. Quel giorno 20 febbraio fu l'ultimo giorno di P. Mzyk. Nella notte verso le ore 22 abbiamo sentito il canto degli Ucraini. Questo era un cattivo segno... di solito cominciavano dalla cella degli Ucraini, ordinavano loro solo di cantare... visitavano le singole celle... percuotendo e dando calci ai prigionieri, sparando in toppa... poi nelle celle più vicine urla, lamenti, canti religiosi e spari. Dopo poco abbiamo sentito le parole: "Jetz zu den Pfaffen"- ora ai pretacci. Aprirono la porta, non entrarono nella cella, ordinarono a tutti di uscire nel corridoio, ad eccezione di Don Olejniczak. C'era un gruppo con Dibus in testa, tra quelli era anche Hoffmann. Siamo stati fermi in calze e vestiti (cosi dormivamo sempre) nel corridoio principale di fronte alla nostra cella. Dibus fermò Don Galka, P. Mzyk e me stesso, gli altri dovevano andarsene... noi dovevamo correre in un corridoio laterale. Correndo accanto a me P. Mzyk chiese l'assoluzione. In fondo al corridoio c'era una scala che conduceva al piano superiore, don Galka e me stesso, ci siamo fermati, ma P. Mzyk cominciò a salire i gradini. D'un colpo risuonò l'urlo dei guardiani dietro di noi: Fermi! P. Mzyk fu tirato giù dalla scala e lo cominciarono percuotere, "perché voleva fuggire". In questo momento c'è stato un grande tumulto di cui fu difficile rendersi conto. Ma ricordo esattamente che don Galka è P. Mzyk gridavano tanto e gemevano. Sebbene non ero accanto a loro in quel momento, ho avuto l'impressione che erano orribilmente percossi e malmenati. Il mio parere fu confermato dall'aspetto di Don Galka, pieno di ferite, lividi, sangue, pantaloni e camicia strappati. Le percosse che hanno ricevuto P. Mzyk e don Galka durarono a lungo, ma non saprei dire esattamente quanto, 15 minuti o mezz'ora. Nel frattempo mi sono trovato nel corridoio principale accanto alla nostra cella, ebbene vicino al cancello esterno orientale alla quale Dibus condusse P. Mzyk. Quando passavano accanto a me ho dovuto stare con la faccia al muro, per questo non ho potuto vedere il suo aspetto. Gli ordinò di fermarsi accosto al cancello, lui stesso indietreggiò. Chiese al sottufficiale che parlava con me di prestargli delle cartucce e poi si avvicinò a P. Mzyk e gli sparò alla testa da dietro. Quando cadde, sparo un'altra volta... A Don Galka e a me è stato permesso di ritirarci nella cella... Dopo qualche tempo hanno portato via la salma di P. Mzyk. Dopo la morte di P. Mzyk avemmo la calma nella cella per qualche giorno. Un prigioniero che faceva la pulizia nell'ufficio del comandante ci ha rivelato che aveva visto una direttiva dei ministro di giustizia che vietava di percuotere gli ecclesiastici".

Il cieco Don Olejniczak, il quale solamente sentì dire dell'accaduto, riferisce come Don Marciniak, ma aggiunge un particolare: "Dibus scegliendo le sue vittime le schiaffeggiava e dava calci senza frenarsi. Durante una tale aggressione fu percosso ferocemente il vostro P. Ludwik. Desiderando distogliere dai tormenti interni il confratello così crudelmente maltrattato, mi avvicinai a lui balbettando qualche parola di consolazione, in risposta ricevetti queste parole significative: "Il discepolo non è più del maestro". In quel momento mi ero chinato davanti a lui e ho chiesto la sua benedizione, me l'ha impartita volentieri. I confratelli superstiti dai campi di concentramento scrissero: "Una grande stima gode P. Maestro tra i suoi allievi-seminaristi. Sulle rocce di Westerplata, nelle cave di pietre di Gusen, era lui il tema prediletto delle nostre meditazioni, lo prendevamo quale testimone dei nostri voti emessi nel campo di concentramento, lo imploravamo alla testa delle litanie dei nostri confratelli assassinati nel campo di concentramento chiedendo il suo aiuto dal cielo nella dura vita dei campo di sterminio.


Beato Alojzy Liguda, SVD
(1898 - 1942)

. Alojzy Liguda, missionario verbita, assassinato a Dachau, nacque a Winów, un villaggio di regione Opole, il 23 gennaio 1898 dai genitori Wojciech e Rozalia n. Przybyla come ultimogenito di 7 figli. Una fattoria media era la loro essenziale sorgente di guadagno. In una atmosfera veramente religiosa e cordiale Alojzy imparò dalla madre la modestia e lo svolgimento dei doveri quotidiani, e dal padre a lavorare bene, a decidere nei momenti di dubbio, e l'attività nella vita parrocchiale poiché era permanente organizzatore e guida dei pellegrinaggi a Wambierzyce ed al Monte di Santa Anna.

Cominciò la scuola elementare all'età di 6 anni ed ebbe sempre ottimi voti, era un ragazzo allegro e scherzoso. Pascolava il bestiame sui prati di Odra. Più avanti ricordò questi anni campestri con piacere, quando Dio gli parlava attraverso la bellezza della natura e lui imparava a rispondere alla chiamata divina. Educato nella vicinanza della Chiesa desiderò dedicarsi al servizio della Chiesa. Dalle riviste religiose apprese alcune cognizioni sulle missioni, lo interessava la lontana Cina, l'Africa... All'età di 15 anni è stato ammesso al Seminario Missionario dei Verbiti a Nysa, il 31 marzo 1913 è stato registrato sotto il numero 1164. A causa della guerra interruppe gli studi nel 1917, fu chiamato al servizio militare e come artigliere raggiunse il fronte francese. Terminata la guerra, in cui erano caduti i 2 fratelli, ritornò prima per breve tempo in famiglia a Winów, poi al Seminario dove in maniera accelerata ottenne la maturità. Nell'anno 1920 entrò nel noviziato a St. Gabriel a Modling presso Vienna, seguendo la sua vocazione. Lavorava molto cercando di dominare il suo carattere appoggiandosi sui buoni tratti caratteristici come: gioia serena, contentezza, prontezza al sacrificio, coscienziosità. Tutto ciò approfondito con la costante preghiera. In quel periodo soffrì profondamente a causa delle insurrezioni in Slesia, in seguito alle lettere di suo padre perseguitato perché si dichiarò a favore della Polonia.

Dopo il noviziato fu inviato a Pieniezno dove insegnò latino nel Seminario Minore per qualche mese.

Durante gli studi a St. Gabriel gli piaceva molto la Dogmatica e la Storia della Chiesa, ma in tutte le materie ebbe ottimi voti. Ordinato sacerdote il 26 maggio 1927, l'indomani celebrò la prima messa che fu per i genitori presenti e per lui stesso una grande gioia. La celebrò nella chiesa di Santa Croce a Opole dove le funzioni religiose e le messe si svolgevano in lingua polacca. Sognava di poter lavorare nelle missioni in Cina o Nuova Guinea, ma con gioia accettò la destinazione alla Provincia Polacca, come un destino dalla sua vita, Nell'autunno del 1928 arrivò in Polonia. Si fermò temporaneamente nella Casa Provinciale a Górna Grupa, perché erano previsti dei corsi di studio, c'era bisogno di insegnanti qualificati. Dopo aver superato un esame supplementare alla maturità P. Liguda ricevette Indeks dell'Università di Poznad della Facoltà di Lettere. Dall'Indeks risultano solamente ottimi voti e la stessa nota per la sua opera "Gall-Anonim jako literat (Gall-anonimo come letterato)". Dopo l'esame finale il 9 giugno 1934 ottenne il magisterium di filosofia in lettere. Durante gli studi a Poznad faceva anche da cappellano e nello stesso tempo catechista nella scuola delle Suore Orsoline in via Sporna. Nel suo insegnamento alle ragazze cercava di mettere in pratica la nuova enciclica di Pio XI "Rappresentanti in terra" De christiana iuventae educatione. Predicava dunque: "Una ragazza deve essere una buona pubblicità di Cristo, perché la sua vita sarà assai spesso l'unica biografia dei Cristo"... Le sue omelie erano moderne e fresche. Dopo anni le sue allieve ricordavano: "La santità non si conquista solo nel deserto, ma va conciliata con l'atmosfera dei salotti... non solo con l'acqua, ma anche con l'acqua di Colonia". Vide il male che aggrediva le scuole, ma malgrado ciò predicò: "Non a distanza dal mondo, ma lontano dal peccato, poiché il mondo è la patria dei nostri meriti e virtù". Dietro suggerimento delle Suore e delle allieve raccolse le sue omelie e le fece stampare sotto il titolo "Audi filia", lo fece "per ricordare non solo i tempi scolastici, ma anche gli antichi ideali animati da un nuovo pensiero religioso". Il libro fu accolto dalla gioventù e dai sacerdoti con tanta benevolenza. Dietro la pressione dei lettori, pubblicò un altro libro intitolato "Naprzód i wyzej" (Avanti ed in alto). Questo ebbe lo stesso successo del primo libro. Lui stesso confesso: "Come sono riconoscente alla Provvidenza Divina! che mi ha permesso di conoscere il mondo finora a me del tutto sconosciuto, il mondo dell'anima della ragazza". Tutti e due i libri sono una riflessione accurata del P. Liguda sulle parole della Sacra Scrittura: "Si scires donum Dei!' riguardo alla donna ed i suoi impegni.

P. Liguda pubblicò ancora un altro libro intitolato "Chleb i sól" (Pane e sale) contenente le omelie per tutte le domeniche dell'anno liturgico. Erano progettati degli altri libri, ma la guerra cancellò tutto. Dopo gli studi universitari a Poznań tornò a Górna Grupa e fece l'insegnante di lingua polacca e di storia, era il più amato dagli scolari, benché molto esigente. Tutte le domeniche e le feste svolgeva il servizio pastorale presso la guarnigione a Grupa. Durante le vacanze spesso predicava i ritiri e gli esercizi spirituali anche nelle parrocchie. Nella pastorale lo aiutavano molto: le prediche e conferenze ben preparate, ciò risulta dai manoscritti conservati, poi la voce e la costituzione forti, il sorriso quasi permanente sul volto e gli occhi benevoli. Era un eccellente fotografo. Nel giugno 1939 diventò Rettore a Górna Grupa. Tutti si rallegravano, lui era preoccupato perché presentiva gli avvenimenti futuri. Scoppiò la guerra. Il 28 ottobre, l'occupatore creò nel convento un campo d'internamento per i confratelli e per circa 80 sacerdoti e seminaristi deportati dalle diocesi: Culmensis, Vladislaviensis e Gnesnensis.

Don Malak nel fibro "Pretacci nei campi d'internamento" scrive: "Ci accolse il Rettore Liguda. La sua robusta figura in talare girava tra i esesmani coraggiosamente e con disinvoltura. Questo incoraggiava. Nei successivi giorni e settimane ci confortava con la sua serenità. Era visto volentieri perché parlava come un profeta, riscaldava come il sole, passava per la sala come un angelo della pace con una buona parola sulle labbra." Tenevano conto della liberazione dei sacerdoti. L'11 novembre arrivò un bus e 15 preti e 2 seminaristi della diocesi Vladislaviensis furono portati via nonostante l'intervento dei P. Liguda. I deportati furono fucilati nella vicina foresta. Il 15 febbraio 1940 gli internati furono deportati in Nowy Port a Gdansk succursale del campo d'internamento di Stutthof laddove nelle condizioni di fame, sporcizia, lavori forzati e maltrattamento, P. Liguda, come testimoniano i prigionieri, subito divenne il "buon angelo". Era grande il suo contributo nell'organizzare in segreto, il Giovedì Santo, la santa messa e la distribuzione della Santa Comunione che per parecchi fu il viatico. Nei primi di aprile P. Liguda con una parte dei prigionieri fu trasferito in un campo a Grenzdorf, e poi, passando Stutthof, a Sachsehausen. Si ritenne che quello che era stato finora il purgatorio si trasformò in inferno. Per P. Liguda la sorte fu favorevole. Grazie alla perfetta conoscenza della lingua tedesca fu assegnato alla cura delle celle, dunque poté stare sotto un tetto, e ad insegnare la lingua tedesca. Uno "dei discepoli' descrive una tale lezione: "si cominciava con dislocare le sentinelle presso le finestre per avvertire dell'arrivo degli esesmani. Nel frattempo P. Liguda raccontava barzellette di cui aveva un tesoro inesauribile, talvolta parlava sui vari temi oppure parlava uno dei preti sulla sua esperienza. Tuttavia P. Liguda non evitiò le vessazioni da parte delle autorità dei campo. "Mi ricordo bene - evoca uno dei prigionieri - come P. Liguda tremava dopo aver ricevuto 10 bastonate con una verga di ferro, perché si era fermato un momento". Sembrava che P. Liguda sarebbe stato liberato perché era stato chiamato dal medico, e questo era spesso un segno di liberazione, ma in questo caso - solo di trasferimento a Dachau il 14 dicembre 1940, dove ricevette il numero 22604.

Soltanto dopo la guerra risulto che -P. Liguda poteva essere rilasciato in seguito alle sollecitazioni dei Generalato attraverso la Nunziatura a Berlino e della famiglia. Dalla risposta della Gestapo risulta che non poteva essere rilasciato, perché "P. Liguda stesso aveva dichiarato che era un polacco e in futuro voleva lavorare in Polonia". La Gestapo aggiunse ancora che come appartenente alla "intelligentia" polacca andava isolato dalla società durante la guerra. La tentazione della libertà era assai forte, perché esistevano reali possibilità di ottenere il rilascio; la famiglia era di cittadinanza tedesca, lui stesso fece il militare nell'esercito tedesco, ma il suo carattere non gli permise di cambiare credo politico perfino a prezzo della libertà. A Dachau, tra le altre vessazioni che distruggevano i preti c'erano le marce interminabili sulla piazza e il canto delle canzoni di campo fino alla ripugnanza. Queste marce ogni tanto le guidava P. Liguda. Racconta un testimone oculare: "Allora P. Liguda cercava di sparire dagli occhi dei signori dei campo, fingeva di far prova di canto, di spiegare il testo, ma in realtà divertiva, nella folla depressa lanciava delle ventate di umorismo". Nel gennaio 1941, in una parte dei campo ci fu una epidemia di scabbia. Gli ammalati furono radunati in una baracca a parte dove c'era posto per 400, ma erano in 1000. A disposizione degli ammalati c'era soltanto il materasso, una coperta e la biancheria leggera. C'era il gelo, le finestre erano sempre aperte, durante la giornata la fame distruggeva la gente. P. Liguda di nuovo combatteva quella terribile disperazione con i suoi racconti, lui non ci permetteva di disperare", benché portavano via quotidianamente dei cadaveri, sosteneva i resti della speranza.

Dopo esser tornato al suo blocco gli fu assegnato il difficile comando del trasporto nelle piantagioni, dove diretto superiore era Rogler, il più feroce kapo, che incessantemente maltrattava P. Liguda a tal punto che l'organismo cominciò ad indebolire. Un giorno durante il lavoro in un capannone, un russo fumò una sigaretta e questo era un grande reato. Cosa successe dopo, ecco riferisco una autentica descrizione: All'improvviso entrò Rogler. La sigaretta era stata spenta, ma era rimasto il fumo. Chiese a P. Liguda: "Chi ha fumato?", ci fu una situazione tesa. Dire: "Io no" avrebbe significato tradire gli altri. Allora P. Liguda rispose "Io ho fumato". Furioso il kapo lo percosse crudelmente, poi già stanco gli perquisì il vestito, non trovò la sigaretta. "Dove è la sigaretta?" domandò, "Non ho nessuna sigaretta"- risponde P. Liguda. "Sei un pretaccio e mentitore lo hai confessato tu stesso." "Ho fumato ma non quest'oggi." Solo dopo la confessione della propria colpevolezza cessarono le torture. Come conseguenza dei maltrattamenti si manifestò la tubercolosi. Fu ricoverato, le condizioni migliorarono, ricevette dei pacchi dai genitori e benefattori, presto ritornò in salute e di giorno in giorno poteva essere dimesso. Purtroppo, in quel tempo all'improvviso fu aggiunto al trasporto degli invalidi, e ciò significò la sua condanna alla morte, e strada facendo disse allo scrivano dei campo che aveva incontrato: "Quando sentirete della mia morte, sappiate che hanno assassinato un uomo sano". Secondo la relazione di un infermiere, tutto il gruppo di 10 persone fu annegato. Nel campo di concentramento correvano voci tenaci che dietro personale intervento dei capo dei blocco 29, P. Liguda fu scorticato prima di essere annegato. Fu la vendetta del kapo che era stato dichiarato da P. Liguda ingiusto nella distribuzione del pane. Il furioso kapo all'ultimo momento lo iscrisse sulla lista degli invalidi, un uomo che difendeva quelli che morivano di fame. La morte fu orribile, se il kapo del reparto confessò ai conoscenti di non voler fare più cose simili. P. Liguda subì il martirio il 9 dicembre 1942 dopo la festa dell'Immacolata, di cui era un grande devoto. La madre del condannato fu avvisata in questo modo: "Suo figlio, Alojzy Liguda, nato il 23 gennaio 1898, è morto l'8 dicembre 1942 nell'ospedale locale a causa di tisi". Così l'anziana madre fu ingannata, perché la morte non fu causata da una malattia, ma da atrocità. Nella memoria dei compagni dei campo P. Alojzy Liguda rimase quale: "Uomo della Provvidenza. Molto bene faceva ai sacerdoti... anzitutto ai più bisognosi, malati... li difendeva... e un santo uomo..." che nei giorni e settimane terribili sapeva dare la fiducia di poter sopravvivere.

Un tempo scrisse: "Svolgiamo i nostri impegni come cittadini dei presente". Nelle circostanze del campo cercava di svolgere questi impegni sacerdotali anche verso quelli che lo perseguitavano." Non lasciava senza risposta le molestie provocanti dei comunisti, del kapo, del comandante, i quali deridevano religione, sacerdozio, Chiesa... allora loro avevano come punto d'onore il potersi sbarazzare di questo "borioso pretaccio" a cui non sapevano contrapporsi. Aveva dei doni che lo fecero fin dall'inizio il nostro protettore e guida". "A Dachau P. Liguda capeggiava i preti... era un uomo santo". "Per me era un simbolo di sicurezza, una rocca, sempre calmo, tranquillo, sereno, leggermente sorridente, sempre onesto... I Tedeschi invece di noi, percuotevano lui perché era sacerdote, ma lo rispettavano anche, perché lui parlava a loro concretamente, e non ci trascurava per il suo profitto... ognuno riconosceva che lui era un uomo onesto, un sacerdote secondo il Sacro Cuore. Durante gli anni del campo non sempre eravamo insieme, però lo incontravo e sempre per me era un sostegno morale, sempre paterno, sempre santo. Quando all'appello vespertino fu designato il suo numero al trasporto degli invalidi, la sera andai da lui per congedarmi, piansi, però lui stava dinanzi a me così sereno, tranquillo, con lo sguardo fisso in un altra realtà e ripeteva - Dio sa tutto".


Beato Stanislaw Kubista SVD
(1898 - 1940)

. Stanislaw Kubista, missionario verbita, assassinato in un campo di concentramento a Sachsenhausen, nacque a Kostuchna presso Mikolów nella diocesi di Katowice il 27 settembre 1898 e ricevette il battesimo a Mikolów il 7 ottobre. Suo padre Franciszek era un forestale, come anche suo nonno Wawrzyniec. Sebbene lavoravano nelle foreste del principe von Klaist Pless guadagnavano poco e ricevevano un salario ogni trimestre. Le difficili condizioni del lavoro non impedivano a Francesco Kubista di essere contento della vita, di pregare ogni giorno. Era un uomo pacifico, tranquillo, prudente. Non sparlava degli altri, non beveva alcool. Sua madre Franciszka n. Czempka, figlia di un forestale, si dedicava del tutto all'educazione dei 9 figli (6 maschi e 3 femmine). Stanislaw era il quintogenito. La famiglia abitava in una casa di proprietà dei principe, aveva a disposizione un pezzo di terra che era essenziale sorgente di guadagno per la numerosa famiglia. La madre era devota come il padre. Andava di tanto in tanto nella chiesa parrocchiale a Mikolów durante settimana, ciò costava 2 ore di cammino. L'ambiente religioso era favorevole alle vocazioni. Anche la sorella maggiore Anna abbracciò la vita religiosa a Vienna, e lì è morta nel 1917. Due fratelli sono morti in tenera età, la sorella più giovane, Gertruda (nata nel 1910 ) è ancora viva. Nella famiglia c'era una grande devozione alla Madonna del rosario, si pregava il rosario ogni giorno. Stanislaw dalla gioventù conosceva i libri in polacco su cui imparava a leggere, l'insegnamento della scuola tedesca veniva completato a casa in polacco. Presto venne anche a conoscenza dell'idea missionaria, in quanto un Fratello verbita di Nysa, che divulgava gli stampati missionari anche in polacco visitava la loro casa. Stanisiaw attirò su di sé l'attenzione di don Michatz, vice-parroco a Mikolów, che scoprì in questo ragazzo la vocazione missionaria. Quando Stanislaw terminò la scuola elementare all'età di 14 anni, don Michatz gli facilitò l'ammissione al Seminario Missionario dei Verbiti a Nysa dove Stanislaw arrivò il 15 aprile 1912 e raggiunse la meta dei suoi sogni. Subito si trovo bene, perché lì c'era da qualche anno suo cugino, Fratello Salomon-Pawel Materla che chiamato al servizio militare cadde durante la guerra. Il 31 maggio 1917 anche lui fu chiamato al servizio militare, come radiotelegrafista e raggiunse il fronte francese dove rimase fino all'armistizio. Ritornato alla guarnigione a Szczecin fu dimesso nel maggio 1919. Dopo un breve soggiorno in famiglia laddove particolarmente ringraziarono Dio del felice ritorno, perché il fratello più anziano, Pawel, era caduto al fronte belga nel 1914, Stanislaw ritorno a Nysa. L'anno seguente, il 30 giugno, superò l'esame di maturità. Tre mesi dopo, il 24 settembre 1920, cominciò il noviziato a St. Gabriel presso Vienna nella Congregazione del Verbo Divino. Dopo un anno emise i primi voti religiosi e, dopo 2 anni di filosofia e 4 anni di teologia, i voti perpetui il 29 settembre 1926. L'opinione degli educatori era unanime: "è un po' melanconico, mite e modesto, una specie di quiete personificata, fedele alla regola, amante dell'ordine, pronto al sacrificio... soffre un po' a causa della nazionalità, ma non lo rivela... in tutto è accurato, si può contare su di lui".

I confratelli all'unanimità lo raccomandarono ai voti. Durante gli studi ebbe i voti tra buoni ed ottimi, e l'opinione degli insegnanti: "rivela predisposizioni da scrittore, specialmente in lingua polacca, oppure è adatto al mestiere dell'insegnante". Ricevette il subdiaconato il 17 ottobre 1926 e il diaconato il 19 dicembre 1926, fu ordinato sacerdote il 26 maggio 1927 all'età di 29 anni. All'ordinazione arrivarono i suoi parenti più vicini, i festeggiamenti nella parrocchia furono curati da suo fratello Józef. Alla domanda dei superiori, su quale era il suo interessamento personale e particolare, rispose: "nessuno... forse oltre alla letteratura e alla prova della produzione letteraria. IL mio desiderio è: le missioni e la pastorale. Al mestiere dell'insegnante non mi sento portato. Il terreno missionario può essere: Honan, Kansu, Filippine, Nuova Guinea. Godo di buona salute fisica". Già dal periodo del seminario mandava gli articoli alle riviste in lingua polacca, consegnandoli nelle mani dei P. Szajca e P. Drobny. Al suo benefattore don Michatz procurava delle riviste per la parrocchia, ciò risulta dalle loro lettere. Dietro richiesta dei Verbiti in Polonia fu assegnato a loro, che lo volevano quale redattore delle riviste. Più di tutti lo aspettava il P. Redattore Drapiewski che era molto affaticato. Nell'autunno 1928 P. Stanislaw era già a Górna Grupa, diventò economo della casa che contava oltre 150 abitanti, e l'anno seguente diventò economo regionale. Dopo poco si capì che l'economia della casa si trovava in buone mani. Nell'autunno 1929, dopo la partenza del P. Drapiewski, assunse la redazione di "Maly Misjonarz" (Piccolo missionario), per Bruczkow (nominato rettore), poi dal 1933 assunse la redazione di "Kalendarz Malego Misjonarza" (Calendario del Piccolo missionario) e nell'anno seguente quella di "Kalendarz Slowa Boiego" (Calendario del Verbo Divino) e di "Skarb Rodzinny"(Tesoro della famiglia). Nel 1937 cominciò a pubblicare una nuova rivista "Poslaniec sw. Józefa" (Messaggero di san Giuseppe). In tutte queste riviste si trovano i suoi articoli ben pensati teologicamente e praticamente, questi contengono meditazioni, racconti, qualcosa di storia. Scrisse pure un splendido dramma "Krzyz i slonce" (Croce e sole), una storia degli Incas in Perù. Questo dramma fu rappresentato in molti luoghi prima del 1940. P. Stanislaw oltre alla vena poetica aveva il senso del bello, da solo disegnava per le sue riviste. P. Stanislaw era un grande devoto di San Giuseppe in onore del quale fece una nuova rivista, e a lui affidava tutte le sue numerose opere. Con il suo aiuto, come diceva, costruì la tipografia e una parte della casa di Górna Grupa. Nonostante numerosissime occupazioni trovava ancora il tempo per confessare gli allievi e la gente quasi ogni domenica nelle chiese di Grudziadz. Soprattutto i seminaristi lo ricercavano come confessore.

Nel 1939 scoppiò la guerra. Il primo conflitto con la gestapo fu quando vietarono di pagare ai polacchi le obbligazioni contratte. P. Kubista voleva pagare a una povera vedova qualche centinaio di zloty, diede una occhiata ad un ufficiale della gestapo e quello si confuse, come se fosse stato disarmato da una forza maggiore. P. Kubista attribuiva questo alla protezione di San Giuseppe. Ma dovette guardare come la sua opera andava in pezzi. La situazione peggiorò ancora, quando il 27 ottobre 1939 tutti i padri e fratelli (64) furono arrestati e il convento trasformato in un campo di internamento, ricorreva in quel giorno la festa dei Cristo Re. Nei giorni seguenti portarono ancora 80 sacerdoti e seminaristi. Confiscando la fattoria e tutti i beni, gli internati rimasero senza mezzi di sostentamento. P. Stanislaw come economo della casa s'era affidato a San Giuseppe e trovò una via d'uscita. La Gestapo permise di portare alimenti e combustibile dalle parrocchie dei sacerdoti internati. Così si poté sopravvivere fino al 5 febbraio 1940, quando in una giornata gelidissima i sacerdoti furono portati via con 3 bus a Nowy Port succursale dei campo d'internamento a Stuttow. Le condizioni erano orribili: freddo, fame, lavori forzati e brutali trattamenti. Unica consolazione in quel periodo fu il giorno 21 marzo, Giovedì Santo, quando in massimo segreto fu celebrata la Santa Messa e distribuita la Santa Comunione che per P. Kubista fu il viatico. È difficile immaginare che cosa ha vissuto - in quel momento, come perseverava nel Signore. Fino ad allora era sano, ma cominciò a stare male. Il suo organismo raffreddato rifiutava il cibo del campo, però non si poteva neanche pensare ad una dieta. Doveva lavorare come un sano. Sensibile al brutale trattamento soffrì doppiamente. Il 9 aprile 1940, fu trasportato in un carro merci a Sachsenhausen, dove prese la polmonite e malgrado ciò fu costretto ai lavori forzati riservati specialmente agli odiati "pretacci". Infine divenne così debole che durante l'appello i vicini da ambo le parti dovevano sostenerlo. In questo stato fu dichiarato candidato alla morte, perciò fu gettato nella latrina dove giacette per tre notti. Il testimone oculare P. Dominik Józef SVD così descrive le ultime ore di P. Kubista: "Di sera mentre lo sistemavo a dormire avvolgendolo in una misera coperta senza cuscino e lenzuolo, mi esprimeva la sua gratitudine e bisbigliava: 'Questo non durerà a lungo, sono molto debole. Dio mio, come vorrei ritornare a Górna Grupa, ma Iddio - pare - abbia gli altri intenti. Sia fatta la volontà di Dio'. Lo confessai furtivamente. Il 26 aprile dopo appello l'abbiamo messo in baracca sul pavimento vicino alla parete, giaceva supinamente come in bara, mentre noi dovevamo stare in guardia. Ad un tratto entrò il capo baracca, era un prigioniero tedesco, un criminale, quanta gente innocente lui aveva ucciso! Alle torture previste dal regolamento aggiungeva molte altre da parte sua. Vi erano coloro che lui odiava con parole ed azioni e a quelli appartenevano i sacerdoti. Ci salutò con lo sguardo da animale, poi i suoi occhi con diabolica allegria si posarono su P. Kubista. Si avvicinò a lui e disse: "Ormai non hai nessun motivo per vivere!" Con forza mise un piede sul petto e un altro sulla gola di P. Kubista, e con forte pressione schiacciò costole e gola. Si senti un breve rantolare e così finì la vita del martire. È mancato un compagno molto gentile e sempre lieto, che non dava fastidio a nessuno, ma nella sua mitezza aiutava tutti. Morì nel fiore della vita sacerdotale avendo 42 anni d'età, attestato di benemerenza, gradito a Dio. Per questo Dio lo tolse da questo mondo e cambiò tristezza e dolori di questa terra in gioia e gaudio sempiterno in cielo.


Beato Grzegorz-Bolesław Frąckowiak, SVD (1911-1943)

ratello Grzegorz-Boleslaw Frackowiak, missionario verbita, martire, decapitato a Dresda, è nato a Lowecice, vicino a Jarocin, nella Grande Polonia, il 18 luglio 1911. l suoi genitori possedevano una fattoria di medie dimensioni, avevano 9 figli e 3 figlie di cui 2 sono morte in tenera età. Boleslaw era ottavogenito. Ha ricevuto il battesimo nella chiesa parrocchiale a Cerekwica. Ha frequentato la scuola elementare a Wojciechowo, non voleva imparare nella lingua tedesca, ma nella scuola polacca imparava molto bene. Suo fratello maggiore dice che a casa non dava una mano perché continuamente coi bambini "officiava", celebrava, predicava, pregava, distribuiva la comunione facendo tutto questo come se fosse vero e non solo un gioco.

Come chierichetto era davvero esemplare, soprattutto dopo la Prima Comunione. Dopo le lezioni volentieri andava nella vicina Bruczków dove la signora Wanda Koczorowska aveva un orfanotrofio. Nel 1927 i Missionari Verbiti hanno preso possesso di Bruczków e vi hanno fondato il Seminario Missionario Minore. l suoi genitori dietro suggerimento del parroco, don Poczta, lo iscrissero al Seminario Missionario a Bruczków. Boleslaw voleva diventare missionario. Il basso livello dell'insegnamento ricevuto nella scuola elementare non gli permise di ottenere dei voti positivi, tanto più che facevano i corsi accelerati per le vocazioni tardive. Allora ha visto realizzare la sua vocazione missionaria come fratello religioso. È stato ammesso al postulato a Górna Grupa presso Grudziadz.

Dopo un anno di postulato, l'08 settembre 1930, ha ricevuto l'abito religioso e il nuovo nome Grzegorz (Gregorius). Era il più zelante novizio e dopo 2 anni ha emesso i primi voti religiosi. In tipografia imparò il mestiere di rilegatore.

Lavorava scrupolosamente, insegnò ad alcuni alunni l'arte di rilegare dei libri, quadri... Era sempre sorridente e premuroso, quando aveva un po' di tempo aiutava gli altri in sagrestia, in cucina e volentieri in portineria dove con premura accoglieva i poveri. Talvolta diceva: nei poveri viene Cristo stesso, dunque va servito con amore. Di quel periodo sono i suoi taccuini: "Esercizi Spirituali Quotidiani" e "Esercizi Spirituali". Vi sono trascritte le preghiere degli altri, ma ci sono anche le sue proprie preghiere, anzitutto all'immacolata e a San Giuseppe. Con molta attenzione pregava la "Orazione del quarto d'ora" anche quando era occupatissimo.

L'inizio di questa preghiera: "O mio Dio, credo in Te..." nella sua bocca esprimeva veramente la fede profonda.

Con la sua grande gentilezza naturale conquistò la simpatia di tutti, soprattutto degli alunni del Seminario missionario, i quali volentieri andavano da lui per qualche consiglio. Con grande gioia attendeva il momento di poter emettere i voti perpetui, scrisse: "Ormai non solo nel cuore, ma per scritto appartenni totalmente alla Congregazione e ai suoi ideali".

Quando scoppiò la guerra egli sopportò a Górna Grupa tutte le difficoltà come gli altri. Fu molto calmo e raccolto più del solito. Consolò se stesso e gli altri con le parole: tutto è nelle mani di Dio, perfino il giorno della festa dei Cristo Re quando fu creato un campo d'internamento per i sacerdoti dei dintorni ed i confratelli. La maggioranza dei Fratelli poteva andarsene, ma Fra Gregorio restò per aiutare i sacerdoti e religiosi internati. Nel febbraio 1940 dopo la deportazione di tutti i sacerdoti fu obbligato ad abbandonare Górna Grupa, suo luogo prediletto. Si stabilì da suo fratello a Poznan, ma senza possibilità di soggiorno. Il sagrestano della chiesa di S. Martino vedendo Fra Gregorio ogni giorno far la comunione, lo avvicinò e gli chiese di aiutarlo quotidianamente nel lavoro. Fra Gregorio ne fu felice.

Aveva un lavoro supplementare in una tale pasticceria, ma fu costretto ad abbandonare Poznan. Andò nel suo paese natale Lowecice e soggiornò da suo fratello lavorando come bracciante. D'accordo con P. Giczel, SVD, che era ancora parroco nel vicino Rusko e con il tacito permesso del parroco locale, due volte a settimana, in segreto, catechizzava i bambini dei dintorni e li preparava alla Prima Comunione.

Visitava gli ammalati e gli anziani raccontando loro di Dio, della Madonna, di San Giuseppe, della Chiesa... Quando il 7 ottobre 1941 P. Giczel fu arrestato dalla Gestapo e deportato in un campo di concentramento, tutta la responsabilità dei Santissimo Sacramento piombò su Fra Gregorio, che con grande devozione raccolse le ostie consacrate sparse dalla Gestapo e le portò nella sua camera laddove con un piccolo gruppo rimase per tutta la notte in adorazione del Signore Gesù. L'indomani distribuì la Comunione ai fedeli e la portò agli ammalati ed anziani. Nei casi urgenti battezzò qualche bambino e la gente ricorda ancora che lo faceva "con tanta devozione ed emozione".

In qualche modo a Jarocin vennero a conoscenza che Fra Gregorio era un rilegatore, e subito fu costretto a lavorare in tipografia. Andava al lavoro in bicicletta da Nosków dove abitava da organista, faceva circa 15 km di strada. Ogni settimana visitava madre e fratelli.

In quel tempo, come diceva lui stesso "per incoraggiare i Polacchi", riceveva e faceva passare agli altri il giornalino clandestino "Dla ciebie Polsko" (Per te Polonia). La Gestapo scopre il giornalino e fece degli arresti quando ormai Fra Gregorio non si occupava più di queste cose da quasi un anno. Parlò di questo argomento con il confratello P. Kiczka, il quale decisamente glielo sconsigliò e Fra Gregorio ubbidì.

Quello stesso P. Kiczka scrive su Fra Gregorio: Il nostro Fratello Grzegorz Frackowiak un giorno prima della sua carcerazione era stato da me a Bronisz, poteva scappare, ma domandò a me, se potesse offrirsi per coloro che erano imprigionati a Jarocin a causa "dei volantini", sebbene da un anno non se ne occupasse più. Gli risposi, che se si sentiva in forza, questo sarebbe stato un atto di grande eroismo.

Dopo la confessione e la Santa Comunione partì. IL giorno dopo si trovava già in prigione, grazie al suo suggerimento di scaricare le "loro colpe" su di lui, alcuni prigionieri furono messi in libertà.

Dalla prigione a Jarocin insieme agli altri fu portato a "Fort VII" a Poznan. Suo fratello scrive: "Quando portai un pacco, ricevetti un altro pacco dal guardiano: un orologio frantumato, il rosario fatto in pezzi, la giacca e la camicia stracciate e piene di sangue... Due volte portai un pacco, la terza volta lo rifiutarono, perché il prigioniero "era partito". E' giunta una lettera dalla prigione a Zwieckau. Suo fratello rivela anche altri particolari. Fra Gregorio scrisse: "Penso che zio 'Wincenty' stia a casa, deve stare attento perché è imputato come me. Io ho preso tutto su di me, se io morirò, sono solo, ma lui ha moglie e figli".

Il prigioniero signor Strzeiczyk racconta che il Fratello veniva molto maltrattato. Dopo aver aperto la porta della cella, all'inizio gridavano: "Wo ist der Pfafe?", gli davano calci e domandavano: "Bruder Winzens?" Lui costantemente: "No, no" - difendeva suo fratello. Fra Gregorio veniva percosso ogni due giorni, ma non ha tradito nessuno, ha rivelato solamente due nominativi, dei quali aveva saputo che loro stessi avevano confessato. Il suo cammino martoriato passo per Jarocin (sino alla fine di settembre), Sroda (fino al 15 ottobre), Fort VII a Poznan (sino alla fine dell'anno). Ultima stazione - Dresda, laddove fu decapitato il 5 maggio 1943.

Qualche ora prima della morte scrisse alla famiglia una lettera, che merita di essere riportata:

"Per l'ultima volta in questa miserabile vita e in questa valle di lacrime vi scrivo carissimi, questa lettera. Quando la riceverete, ormai non sarò più in questo mondo, perché oggi mercoledì, cioè 5 maggio 1943 alle ore 6,15 di sera sarò decapitato. Pregate l'eterno riposo. Tra 5 ore sarò ormai freddo, ma niente, non piangete, piuttosto pregate per la mia anima e per le anime dei nostri cari. Saluterò da parte vostra papà e tutti i miei parenti. Alla mamma, non so, come dovete dirlo, sono stato decapitato o semplicemente morto. Fate, come vi sembra, meglio. Ho la coscienza retta, allora vi scrivo. Vi saluto tutti quanti e vi attendo presso Dio. Saluto tutti i confratelli a Bruczków e tutti i miei conoscenti. Dio Vi benedica. Siate buoni cattolici. Chiedo perdono di tutto. Mi fa pena la mia anziana carissima madre. Arrivederci in cielo, Iddio lo voglia. I miei abiti religiosi vi prego di riportarli a Bruczków dopo la guerra."

Gli anziani padri e fratelli ricordano Fra Gregorio come il più esemplare verbita che ebbe un grandissimo amore, perché diede la sua vita per gli altri.