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Contemplazione come pazzia
governata dalla santità…

Commenti al testo “Contemplativi nella missione” del P. Nestor Inacio Schwerz, ofm.

on è facile fare un commento di un testo cosi denso e ricco come la conferenza “Contemplazione e Missione” del francescano P. Nestor Inacio Schwerz. Ma come due brasiliani che siamo, possiamo trovare la via per trasformare quello che in questa conferenza si é voluto chiamare follia della missione, la pazzia della missione in un bel e creativo carnevale. Nella lingua portoghese c’è un detto che dice che “di dottore e matto tutti noi abbiamo un pezzo”. Vorrei parafrasare questo dicendo che “di santo e pazzo tutti noi abbiamo un pezzo”. Ecco il più importante compito della contemplazione: combinare le due cose. Un po’ di pazzia governata dalla santità fa la nostra vita più creativa e felice. Vorrei sottolineare alcune cose del testo del p. Nestor che, secondo me, sono sfide per la missione oggi:

1. La contemplazione come impegno.

La contemplazione “deve essere coltivata con impegno” dice una delle proposizioni del p. Nestor. “Dio stesso appare come il primo contemplativo. Dopo aver creato tutto con la forza della Sua Parola, Dio consacra il sabato come il giorno della contemplazione. “E Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1, 31) dice lui. Dio stesso ha fatto della creazione non appena un impegno, mas anche un motivo de contemplazione. L’impegno di Dio al creare le cose e le creature é collegato al contemplare. Da questo vengono le conseguenze per gli esseri umani: contemplare il risultato dell’impegno, contemplare per impegnarsi e impegnarsi un’altra volta nel contemplare. Contemplazione è anche un esercizio fisico e mentale. La tradizione cristiana e delle altre religioni ci insegnano che non esiste contemplazione senza fermarsi alcune volte, per un tempo ed in un posto e sentire le parole che vengono dall’interno del cuore, dalle piccole esperienze che abbiamo fatto o dall’ascolto della voce amorosa che ci parla ogni giorno nel nostro compito quotidiano de ricreare la creazione.

Come cristiani e missionari, questo impegno non può essere portato a termine senza considerare una contemplazione ispirata dalla Parola di Dio. Nestor afferma che “la Parola indica anche l’azione di Dio, il suo agire dentro la complessità degli eventi. Dio interviene nella storia e la fa storia di salvezza”. Da noi cristiani e missionari vuol dire più impegno per capire la Parola di Dio nella Sacra Scrittura e la voce amorosa che ci parla nella nostra vita e in quella degli altri. Qui la “Lectio Divina” è un favoloso strumento che favorisce il nostro impegno.

Ma altrove, contemplare senza reagire diventa pazzia senza santità. Non è vera la contemplazione se non prende in considerazione le cose belle e le atrocità che entrano attraverso le nuove finestre dal mondo che ci circonda e anche dei “mass media”. Tante volte la santità senza pazzia diventa alienazione e parole morte. Contemplare senza reagire o trovare delle vie creative nella vita diventa pazzia senza santità. Tante volta la santità senza pazzia diventa alienazione e parole morte. Tanti di noi siamo abituati a pregare varie volte il giorno, ma perché diventa cosi difficile essere contemplativo nella missione, nonostante la nostra preghiera? Allora, come contemplare senza dimenticare la realtà di cattiveria di questo mondo e il suo bisogno de essere trasformata?

2. La contemplazione non è un assunto per gli specialisti.

Altra cosa che appare chiara nel testo del padre Nestor è l’affermazione che “la contemplazione non è cosa degli specialisti”. È’ sì un impegno ma non un impegno chiuso a un determinato mestiere, istituzione o persona. “Non è niente di spettacolare, grandioso, mediatico”, ma “un atteggiamento quotidiano nello spazio dell’umile realtà, della vita e dei lavori quotidiani”, afferma lui. Ci sono tra di noi tanti contemplativi, che mai hanno studiato in maniera formale. Uno dei grandi contemplativi del secolo scorso Charles de Foucauld un giorno ebbe a dire: "Se la vita contemplativa fosse solo possibile dietro le mura di un convento o nel silenzio del deserto, dovremmo, per essere giusti, dare un piccolo convento ad ogni madre di famiglia e il lusso di un po' di deserto ad un povero manovale che è obbligato a vivere nel chiasso di una città per guadagnarsi duramente il pane".

La stessa strada è percorsa da un altro profeta e martire Latino-Americano del secolo scorso, Mons. Oscar Arnulfo Romero, dell’ El Salvador. Lui ha detto così: “Che bello sarà il giorno in cui ogni battezzato comprenderà che la sua professione, il suo lavoro, è un lavoro sacerdotale, che, come io vengo a celebrare la Messa a questo altare, ogni falegname celebra la sua Messa nella sua falegnameria, ogni stagnino, ogni professionista, ogni medico con il suo bisturi, la signora di un mercato al suo banco: compiono un ufficio sacerdotale. Quanti conducenti so che ascoltano le mie parole nei loro taxi. Quindi tu, caro conducente, vicino al tuo volante, sei un sacerdote se lavori con onestà, consacrando a Dio il tuo taxi, portando un messaggio di pace e amore ai clienti che viaggiano sulla tua auto”. Lui ha veramente capito ed esperimentato la capacità contemplativa nella vita quotidiana di tanti cristiani laici e ha incoraggiato i suoi a scoprire questo aspetto della nostra vita. Non è questa la vera contemplazione, fare delle nostre attività e della nostra vita stessa una celebrazione d’amore, donazione e contemplazione?

Mi pare che la maggior parte delle nostre congregazioni, per il fatto di non disporre storicamente nel momento della loro fondazione di una struttura diversa da quella monacale hanno adottato un modello ibrido di vita religiosa e di fare missione. Si è fatta un’opzione per una congiunzione tra il modello monastico di vivere la vita religiosa e il servizio diretto della missione. Come conseguenza si cercava di conciliare le due cose: una vita comunitaria vicina al modello monastico e una dedizione incondizionata alla missione. Questo modello ha fatto una distinzione molto chiara tra la realtà del mondo che ci circondava e la preghiera quotidiana che doveva privilegiare la realtà trascendentale.

Non voglio dire che i problemi e le sofferenze della missione non erano messi nella preghiera. Vorrei appena sottolineare che non si capiva con tanta chiarezza il bisogno de contemplare nella preghiera la realtà del mondo e la presenza misteriosa e nascosta di Dio espressa anche nella preghiera. Forse è per questo che a volte viviamo questa contraddizione tra quello che preghiamo e quello che viviamo. È’ ancora difficile contemplare la presenza di Dio nel cuore del mondo. La nostra apertura alla missione deve scoprire veramente dove è Dio e dove ci vuole condurre. Qui viene una domanda: come essere veramente contemplativi nella missione se la nostra storia religiosa tante volte ci ha fatto missionari conventuali?

3. La contemplazione come desiderio.

Facciamo un commento a ciò che si riferisce alla natura della contemplazione. Il P. Nestor risalta la differenza fra contemplazione cristiana e buddista, specialmente con riferimento al desiderio che per il Buddismo è un impedimento per la contemplazione. E risalta la differenza della contemplazione cristiana: “Senza il desiderio, l’uomo non può giungere alla contemplazione né può perseverare nella contemplazione”. Ma ci sono anche dei desideri cattivi. Cosa fare? Cosa fare per non far diventare i nostri desideri una pazzia in questo mondo di tanti desideri e poca realizzazione? Quali sono le cose non negoziabili nella contemplazione, quando vogliamo mettere insieme i nostri desideri?

Infatti, negli esseri umani esiste già una forma di contemplazione che io direi quasi naturale, e in essa appaiono anche i nostri desideri. È’ vero che il compito della contemplazione è aiutare i nostri sani desideri che nascono dal servizio missionario, affinché si trasformino in realtà. Ha menzionato il padre Nestor che la vera contemplazione deve condurci alla “ricerca della terra senza male’ sognata dal popolo guarani, deve esse ricerca di “armonia tra gli esseri umani e tutti gli esseri”.

4. Contemplazione come stupore e accuratezza della creazione.

“Dio si rivela e allo stesso tempo si nasconde all’uomo che lo cerca”. Contemplare è “lasciarsi invadere dalla sua bellezza, dalla sua luce, dalla sua forza, dal suo senso profondo, continua il P. Nestor. La vera contemplazione nasce da uno stupore delle persone che contemplano la creazione, questo mondo di Dio e tutte le sue invenzioni. Chi non si è reso conto di una forza misteriosa che regge tutto questo al contemplare l’universo, il pianeta, il mare e le piccole piante e animali nel nostro giardino? Il grande contemplativo brasiliano e vescovo D. Helder Camara, in una delle sue poesie si esprimeva cosi: “Alcune volte quando viaggio in aereo e ho paura, poi mi pongo a pensare, perché temere... tu sei dentro dell’aereo, l’aereo è nel seno del pianeta, il pianeta nel seno del universo e l’universo nel seno di Dio. Nello stesso tempo Dio è dentro di te”. Ecco, l’esperienza fondamentale che ogni essere umano dovrebbe fare al meno una volta nella vita, scoprire che Dio è dentro di sé! E rimane il mistero!

Non si tratta appena di un esercizio spirituale di pregare ogni giorno, ma veramente di un’occhiata sul mondo e sulla vita con gli occhi di Dio. Viene come conseguenza di una vera contemplazione il senso de responsabilità e il desiderio di amare e prendersi cura di tutto il creato come regali preziosi messi nelle mani degli esseri umani. La conseguenza è cercare l’armonia tra l’uso del creato per le nostre necessità e nello stesso tempo prendersene cura e permettere alle generazioni susseguenti la possibilità di vivere e contemplare questa bellezza con lo stesso stupore.

5. L’incarnazione di Gesù, il Verbo Divino, come risposta contemplativa di Dio alla realtà del male presente nel mondo.

Il P. Nestor osserva che come risultato la contemplazione ci conduce all’altro, al diverso, a “creare uno spazio interiore perché l’altro possa essere presente con tutte le sue ricchezze e debolezze, con le sue domande e le sue aspirazioni”. Qui l’incarnazione di Gesù ci fa aprire l’orizzonte! Davanti alla presenza del male nel mondo, Dio non potrebbe farsi appena uno spettatore. Sarebbe proprio di un Dio troppo cattivo, assistere alla caduta umana e alla sua difficoltà nel trovare la strada giusta senza gettarsi lui stesso dentro della realtà umana e proporre una via di uscita per ogni essere umano nella persona di Gesù. In questo, la contemplazione ci conduce alla coscienza della nostra povertà. Il Dio che si impoverisce al farsi umano, ci propone il dialogo con i poveri come via di salvezza dalla catastrofe vissuta in questo mondo disuguale e ingiusto. Molto concretamente, nel Gesù povero la contemplazione ci fa contemplare la misteriosa presenza di Dio nella persona dei poveri e nelle sue necessità d’amore, dignità e pane. Infatti, un altro importante contemplativo, l’indiano Mahatma Gandhi, nel suo tempo ci ha detto che “se Dio dovesse apparire nella India oggi, apparirebbe in forma di Pane”. Lui non si riferiva all’Eucaristia, ma con questo pensiero ha confermato la via che Gesù ha scelto per essere per sempre presente fra di noi.

Non si può contemplare senza avere pane nello stomaco, ma neanche dimenticando le migliaia di persone che muoiono di fame! La contemplazione deve cambiare la persona e anche la realtà che la circonda. La vera contemplazione entra nel cuore di Dio e trova il cuore di Dio fra tutte le sofferenze del mondo, ritrova la via fatta da Dio nella carne di Gesù di Nazaret.

6. Contemplare la misteriosa presenza dello Spirito Santo nella storia umana.

Un’altra affermazione importante del discorso del P. Nestor é quella di tenere la storia come orizzonte della contemplazione, cosa indispensabile per una vera contemplazione. È lo stesso Spirito di Dio che è stato presente nella creazione, che ha partecipato e fatto concreta l’incarnazione di Gesù e ancora rimane presente fra di noi conducendo la nostra storia ad un futuro credibile e pieno di speranza! E noi siamo ancora sfidati a cercare questa volontà per i nostri tempi. Mi sembra impossibile senza la contemplazione della storia e dei problemi attuali.

Una delle preghiere più conosciute di Santo Arnoldo Janssen fondatore dai Missionari Verbiti, delle Missionarie Suore Serve dello Spirito Santo e delle Serve dello Spirito Santo della Adorazione Perpetua, pregate dai suoi seguaci è una che dice: “Dinanzi alla luce del Verbo e allo Spirito della grazia, si allontanino le tenebre del peccato e la notte della infedeltà”. Per Arnoldo Janssen, in questa preghiera, inspirata dalla preghiera quotidiana a casa sua nel secolo XIX, in certo modo presa dal prologo di San Giovani, la contemplazione significava scoprire la luce del Verbo e lo Spirito della grazia fra le tenebre dal peccato e la notte della infedeltà del suo tempo. L’oscurità della nostra vita e l’infedeltà è pienamente riempita dalla luce del Verbo e dallo Spirito della grazia verso la nostra contemplazione e azione. Contemplazione e coscienza profonda che il bene è più forte della forza del male.

In questo senso Arnoldo e Giuseppe con la loro risposta missionaria per il loro tempo fu “in grado di dire qualcosa di significativo sui grandi problemi dell’umanità”, conseguenza della contemplazione secondo il P. Nestor. La vera contemplazione ci fa scoprire la luce del Verbo, lo Spirito della grazia, ma anche le tenebre del peccato e la notte della infedeltà. E poi trovare una via comunitaria e organizzativa per fare vincere la grazia e la luce del Verbo.
Una forma molto importante di capire la presenza dello Spirito Santo nel nostro tempo è esercitare la contemplazione che ci fa accogliere la diversità. Il P. Nestor ribadisce: “È’ necessario, quindi, che il discepolo conosca la cultura e la religione di ogni popolo, cioè, il modo particolare di relazionarsi con Dio, con gli altri, con se stesso, con la natura”. C’è anche una misteriosa presenza nelle differenti forme di esprimersi, di cantare, di pregare e di fare follie...

Per noi missionari, ma anche per le chiese cristiane, é abbastanza chiaro l’invito a contemplare la presenza misteriosa del Signore nelle religioni e culture e anche in quei contemplativi che non sono affiliati alle chiese o alle religioni. Far contemplare la semente del Verbo presente nelle diverse religioni e popoli. Quindi rimane la domanda: Cosa possiamo fare per essere vicini alle altre religioni, dialogare con loro, partecipare con loro alle loro celebrazioni, celebrare assieme e imparare dal loro modo di contemplare?
Mi pare che nella sua conclusione il P. Nestor arriva a una dimensione apocalittica della contemplazione. Lui ci consiglia “Guardare verso fuori, verso tutti, verso il lato, verso il futuro, verso la terra”. È come se la vera contemplazione ci abilitasse a possedere “i sette occhi dello Spirito”. Questo ci esigerà un’abilità spirituale, mentale e fisica senza misura. La vera contemplazione prepara il nostro corpo per sentire, toccare, cantare, ballare, gridare, piangere e trasformare la realtà di pianto in banchetto e festa per tutti. Come sviluppare tutti questi sensi senza perdersi in questo mondo di tanta dispersione?

Ecco, è tempo di cominciare la santa follia... la santa contemplazione e fare realtà il sogno della nuova creazione…

Arlindo Pereira Dias, SVD