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Commedia e Comunione Missionaria

“Missione come Santa Pazzia”
Simposio in occasione del Centenario della morte dei
Santi Arnoldo Janssen e Giuseppe Freinademetz
06 dicembre 2008 - Collegio del Verbo Divino, Roma

Antonio M. Pernia, SVD
Superiore Generale

’argomento che mi è stato affidato in questo simposio è “Commedia e comunione missionaria.”. Dopo “contemplazione” e “compassione,” eccoci alla “comunione” che è il terzo pannello nel trittico della missione che stiamo tentando di costruire nell'odierna riflessione sulla “missione come santa pazzia”. E la domanda che questa terza relazione dovrebbe porsi – e possibilmente dare una risposta ad essa – è: “Quale saggezza le congregazioni religiose possono raccogliere dal vivere il dramma di creare comunità multiculturali in missione?”

Permettetemi di sviluppare questo tema in tre passi – seguendo lo schema latino‑americano di “vedere”, “giudicare” e “agire”. In primo luogo, un’osservazione/commento (“vedere”) circa il “disordine negli ordini religiosi”. Secondo, una riflessione (“giudicare") su “saggezza dal disordine”. Ed in terzo luogo, una raccomandazione (“agire") che consiste di alcuni punti circa “la formazione di comunità interculturali”.

1. Disordine negli ordini religiosi

Cominciamo, dunque, con l’osservazione sul “disordine negli ordini religiosi”.

1.1. Ordine negli ordini religiosi.

E’ interessante notare che nel mondo esterno gli istituti religiosi sono generalmente chiamati “ordini religiosi”. Certamente, non tutti gli istituti religiosi sono “ordini religiosi”. La grande maggioranza, difatti, sono “congregazioni religiose”. Pero questa distinzione non è generalmente conosciuta fuori del mondo dei religiosi stessi (e forse neppure da alcuni membri della vita consacrata). In ogni caso, comunque, ciò che ci interessa in questo simposio non è principalmente questa distinzione ma la parola “ordine”.

La parola “ordine” naturalmente, ha parecchi significati. Un significato è “ordine” nel senso di un corpo o un gruppo di persone, un’associazione, una società, un’istituzione. Un dizionario (Webster) dice che la parola ordine si riferisce a “un gruppo di persone unite formalmente e.g. in una società fraterna”. Gli esempi menzionati sono “ordine monastico” o “ordine massonico”. Più specificamente, in questo contesto, il dizionario fa riferimento a “una comunità che segue una regola religiosa”. Dunque, “l’ordine” è un gruppo di persone o una comunità che sono legate fra di loro attraverso una regola di vita. Nella tradizione monastica, le “regole di vita” più conosciute sono quelle di Pacomio e di San Basilio in Oriente, e di Sant’Agostino e San Benedetto nell’Occidente. Le congregazioni religiose moderne parlano di “costituzioni” piuttosto che di “regola di vita”.

L’idea di una comune “regola di vita” o di “costituzioni” ci fa vedere un altro significato della parola “ordine”, cioè “ordine” nel senso di ciò che è “ben regolato”. Il dizionario Webster menziona “una linea diritta” o “una serie ordinata”, e così per esempio abbiamo l’espressione “mettere in ordine”, cioè “organizzare sistematicamente”. Questo comporta “seguire la legge”, “osservare la regola”, o “seguire un modello”, creando cosi “uno stato di pace e serenità” e “una condotta ordinata”.

Ambedue i significati della parola “ordine” sono presenti nel concetto degli ordini religiosi. Ordini religiosi sono delle comunità di persone impegnate nel seguire la stessa “regola di vita” e nel creare cosi fra i loro membri uno stile di vita ordinato e disciplinato come anche una vita comune pacifica e armoniosa. Negli ordini religiosi l’ordine ovviamente è una caratteristica fondamentale. L’ordine è essenziale per l’unita di cuore e di mente che sono necessarie affinché l’ordine possa compiere il suo scopo e raggiungere i suoi obiettivi – sia cercando Dio solo, sforzandosi per raggiungere la perfezione, o impegnandosi in un lavoro apostolico particolare (per esempio, educazione, sanità, proclamazione del vangelo). Un “ordine o orario” regola le attività che i membri devono compiere durante la giornata e quando le devono fare. Regolarità spesso diventa uniformità. Il fatto che i membri portano lo stesso abito proietta una potente immagine di ordine.

L’ordine che si crea negli ordini religiosi è rafforzato dal fatto che, almeno nel passato, c’era una cultura comune sottostante alla loro vita e alle loro opere. La maggior parte degli ordini religiosi nel passato o all’inizio della loro esistenza erano generalmente mono‑culturali. Cosi, quindi, c’era una comprensione comune delle cose come “comunità”, “silenzio”, “preghiera”, “povertà”, “obbedienza”, “castità”. La struttura sottostante di tipo mono‑culturale assicurava regolarità, uniformità, ordine.

1.2. Disordine negli ordini religiosi.

(a) Membri di provenienza multi‑culturale.

L'ordine negli ordini religiosi è minacciato, quando diventano multi‑culturali. Quando la multi-culturalità sostituisce la mono‑culturalità come la struttura sottostante degli ordini religiosi, l’uniformità e l’ordine cominciano ad essere compromessi. Un certo genere di “disordine” sostituisce l’ordine ed, in un certo senso, gli ordini religiosi si trasformano in “disordini religiosi”. Qui, tuttavia, dobbiamo notare due momenti.

Il primo momento, che coincide in gran parte con il periodo prima del Vaticano II, è caratterizzato dal fenomeno di quegli ordini religiosi, che come la SVD e la SSpS, già quasi dagli inizi della loro storia congregazionale hanno avuto membri di provenienza internazionale. In questa fase iniziale, tuttavia, poca attenzione è stata prestata alla specificità delle culture dei membri provenienti da altri paesi o continenti. Invece, la tendenza incosciente era di supporre che questi membri imparassero e si adattassero alla cultura dominante della congregazione, solitamente la cultura europea. Effettivamente, ciò che accadeva generalmente era che il programma di formazione della “provincia madre” in Europa in gran parte veniva trasportato e copiato nelle “province di missione” in America, Asia, Africa ed Oceania. Nella SVD, le cose che si facevano in Europa (cioè a Steyl e St. Gabriel, Vienna) in gran parte furono ripetute in altri posti come l'Argentina, gli Stati Uniti, Brasile, le Filippine, India, Indonesia. Benché la congregazione religiosa fosse presente in America, in Asia ed in Africa, esisteva come congregazione maggiormente europea. Come un osservatore ha notato:

Noi Verbiti, come molti altri istituti, eravamo internazionali in termini di geografia ma euro‑centrici per quanto riguardava la cultura e la formazione. Fare il noviziato nel Giappone o nel Cile non significava una grande differenza. Lo stesso si poteva dire dello studio della teologia a Buenos Aires o a Bombay. Si studiavano le stesse materie e si consultavano gli stessi autori. Le preghiere seguivano gli stessi cosiddetti metodi “universali” e dappertutto erano in vigore le stesse norme di vita religiosa, cioè quelle della tradizione cattolica post‑tridentina.

In quell’epoca, ciò che era operativo era una certa uniformità centralizzata piuttosto che un genuino, autentico multi-culturalismo. Mentre, da una parte, questo dava un forte senso di unità alla congregazione, dall’altra non prendeva in considerazione la ricchezza particolare di ogni cultura singola e specifica. Si formava soltanto un unico tipo di Verbita e, ovviamente, soltanto un unico modo di vivere la vita religiosa e di fare il lavoro missionario, quello basato sulla cultura dominante della congregazione. Effettivamente, in questa fase, si poteva avere la sensazione che per essere Verbita era necessario rinunciare all’essere indonesiano, giapponese, brasiliano o africano. Questa uniformità non creava “disordine” – vuol dire alla congregazione come tale, anche se possibilmente ha creato “disordine” nei cuori e nelle menti dei membri provenienti da altre culture. Effettivamente, l'ordine esistente fu mantenuto e semplicemente esteso e trapiantato in altri posti.

Il secondo momento è arrivato con il Vaticano II e la sua valutazione positiva delle culture delle differenti nazioni. La teologia cominciò a parlare dell’inculturazione e dello sviluppo delle chiese locali. Non c’era più soltanto un unico modo di essere chiesa o di essere cristiano nel mondo. Ci sono tante modalità quante sono le culture. Similmente, nella SVD, cominciò a svilupparsi la convinzione che non c’era soltanto una modalità di essere Verbita e che il carisma del fondatore avrebbe potuto trovare espressioni differenti a seconda delle varie culture dei differenti paesi e nazioni. Come il vangelo, il carisma originale della Società non solo potrebbe arricchire ma anche potrebbe essere arricchito dalle culture nelle quali si incarna. Questo ha condotto ad una situazione nella quale la Società non viene più considerata o percepita come composta da membri di nazionalità differenti che imparano tutti l’unica “cultura Verbita”, ma da membri di nazionalità differenti che condividono la ricchezza della loro diversità culturale. La congregazione è gradualmente diventata non una casa di una sola cultura, ma un posto dove varie culture sono in interazione.

E tutto questo genera un certo “disordine” nella comunità religiosa.

  • Una volta stavo parlando con la formatrice europea delle suore in un paese africano. E lei si lamentava di come era difficile insegnare alle novizie il valore del silenzio. Per loro è difficile, diceva, mantenere il “silentium magnum” (“il grande silenzio”, più o meno dalle 10:00 di sera alle 7:00 del mattino). Se a qualcuna di loro viene un'idea o sente una notizia o riceve qualche informazione, lei corre veloce alle altre suore per condividere l'idea, la notizia o l’informazione, persino durante il grande silenzio nella notte. Non possono aspettare la mattina seguente per condividere la storia.
  • O guardiamo la sala da pranzo della comunità. Dove c’era soltanto pane e pasta e vino, comincia a comparire riso e pesce e tanti generi di condimenti piccanti a causa della presenza di asiatici o africani (nel corso del tempo, tuttavia, anche alcuni europei sviluppano un gusto per i condimenti piccanti). O la liturgia. Non c’è più soltanto la musica solenne d’organo, ma il “rumoroso” suono di chitarre e tamburi e altri strumenti di percussione. O i vestiti. Non si vede più soltanto il nero e grigio e bianco ma le camice variopinte dall'Africa e i batik multi‑colori dall'Indonesia.
  • E ci sono – questo probabilmente è più importante – le differenti comprensioni dei vari aspetti della vita religiosa. Che cosa significa la povertà volontaria, quando una persona è stata costretta a vivere nella povertà tutta la sua vita? Che cosa significa la povertà, quando qualcuno ha più soldi o comodità nella comunità religiosa che la sua famiglia nel villaggio? Che cosa significa l'obbedienza per qualcuno che appartiene ad una cultura nella quale, malgrado tutto, qualcuno non decide mai da solo, non prende mai una sua propria decisione?

C’è dunque disordine negli ordini religiosi. Il punto che qui viene messo in risalto è il fatto che quando i membri hanno vari, differenti sfondi culturali, questo crea disordine negli ordini religiosi, o almeno, disturba l'ordine normale.

(b) Missione multi‑direzionale.

C’è ancora un altro fenomeno – strettamente connesso al multiculturalismo – che crea disordine negli ordini religiosi, particolarmente nelle congregazioni specificamente missionarie. Nel passato, i missionari venivano dall’Europa cristiana al resto del mondo pagano in America, Africa, Asia, Oceania. La missione cristiana riguardava il missionario bianco che andava alle terre lontane e viveva fra i nativi, in gran parte persone di colore – di pelle nera, marrone, gialla, rossa. Sostenevano che portavano il vangelo di Gesù, ma inconsapevolmente hanno portato con sé anche ciò che si considerava come una cultura superiore, sostenuta da conoscenza scientifica avanzata e dalla tecnologia sviluppata. Durante un certo periodo nella storia della missione cristiana, i missionari sono arrivati “on the coat‑tails” (attaccati alle falde) dei colonizzatori, in modo tale che era spesso difficile distinguere fra l’attività del missionario e la dominazione coloniale. All’epoca, quindi, la missione era “un movimento ben ordinato” e unidirezionale dall’occidente all’oriente, dal nord al sud, o dal centro alla periferia.

Tuttavia, negli ultimi anni questo “ordine” è stato disturbato. Perché oggi, in molte congregazioni missionarie, la maggior parte dei missionari non viene più dall’Europa ma dall'Asia, Africa e America Latina. Questo è certamente il caso nella SVD e nella SSpS. Nella SVD, questo sviluppo degli eventi è cominciato ad avvenire in modo piuttosto massiccio intorno all’inizio degli anni 80, quando le “missioni riceventi”, cioè i territori che tradizionalmente ricevevano missionari stranieri, hanno cominciato a mandare regolarmente missionari in altre parti del mondo. Questo è stato rinforzato dal cosiddetto “consenso di Roscommon” come fu chiamato nella SVD, cioè la dichiarazione dei superiori provinciali della zona europea riuniti in Roscommon (Irlanda) nel 1990. Essi dichiararono che l’Europa secolarizzata era anche essa “territorio di missione” in analogia con le situazioni di missione in Africa, Asia ed America Latina. Quindi, ritenevano che anche l’Europa avesse il diritto di chiedere e ricevere missionari da altrove.

Quindi, fin qui, ora abbiamo circa 600 missionari asiatici SVD che lavorano fuori del loro proprio paese in Europa, negli Stati Uniti, America Latina, Africa, Oceania ed altre regioni dell'Asia. Similmente, ma su una scala più ridotta, abbiamo intorno a 50 missionari africani SVD che sono impegnati fuori dall'Africa e un numero quasi uguale di missionari latino‑americani SVD che lavorano fuori dall’America Latina. C’è da notare che qui non si tratta solo della cosiddetta “missione inversa” – cioè, missionari dai precedenti territori di missione vanno come missionari in Europa. Perché i missionari dal Sud inoltre vanno come missionari in Asia, Africa ed America Latina. Quindi, parliamo oggi anche di una missione “Sud‑Sud”, a differenza dalla situazione precedente quando la missione era in gran parte un fenomeno “Nord‑Sud”.

Quindi, da un “ordinato” movimento unidirezionale dal Nord al Sud, la missione si è trasformata in ciò che sembra essere un “disordinato” movimento multi‑direzionale o persino un movimento “caotico” che va da tutte le direzioni in tutte le direzioni – dal Sud al Nord, dal Sud al Sud, dall’Est all’Ovest, dall’Est all’Est, dalla periferia al centro, dalla periferia alla periferia. In altre parole la Chiesa non è più nettamente divisa fra “chiese missionarie” in questa parte e “chiese di missione” in quell’altra parte. Come anche il mondo non è più nettamente diviso fra centro di fede e periferia di incredulità (o non‑credenza), dove “il popolo di Dio” si trova qui e “le genti” (o le nazioni “pagane”) là. Perché oggi “le genti” si trovano anche qui e “il popolo di Dio” anche là. Oggi parliamo di missione in tutti e cinque i continenti. La missione è diventata multi‑direzionale – un movimento da tutte le direzioni in tutte le direzioni.

Tutto questo genera “disordine” negli ordini missionari.

  • Una volta stavo scambiando esperienze con un altro superiore generale sulla internazionalità Verbita. Dicevo che a causa della nostra internazionalità, può succedere che uno studente OTP dalle isole Figi si trova in Romania, un giovane sacerdote di Vanuatu a Cuba e un confratello indonesiano in Siberia. E lui rispose: “Molto interessante” – che, a mio avviso, era il suo modo gentile di dire: “Che divertente!- Quale è la relazione fra un Figiano e la Romania, o fra uno da Vanuatu e la repubblica di Cuba e fra l'indonesiano e la Siberia?” Poi egli soggiunse: “Dimmi di più sull'indonesiano in Siberia. Che cosa fa là? Come sopravvive al freddo?”
  • In un'altra occasione, ho avuto l’opportunità di visitare la nostra parrocchia in Orixímina nella regione dell’ Amazzonia, nel Brasile. Là nel cimitero della città un giovane confratello indiano è sepolto. Questo giovane confratello era venuto in Amazzonia a fare l’OTP (programma di formazione d'oltremare). Non molto dopo il suo arrivo egli è annegato, mentre nuotava nel fiume. Stando lì in piedi e pregando per questo giovane confratello, ho pensato che la sua tomba sembrava molto solitaria e triste. È probabilmente l'unico indiano, e finora anche l'unico Verbita, sepolto in quel cimitero. La sua famiglia e i suoi parenti sono così lontani in India. Nessuno di loro probabilmente potrà mai visitare la sua tomba. E così è sorta in me la domanda – una domanda fatta spesso a me nelle riunioni dei superiori generali –: perché mandare missionari dai paesi non‑cristiani in Asia ai paesi cattolici in America Latina? Non dovrebbero piuttosto rimanere nei loro propri paesi ed evangelizzare “le genti” di là?
  • O consideriamo il cambiamento dell’immagine del missionario. Se, nel passato, i missionari occidentali venivano insieme al colonizzatore, gli odierni missionari dall’Asia, Africa e America Latina vengono accanto al migrante in cerca di lavoro. Come il colonizzatore, i missionari occidentali nel passato sono venuti a dare. Oggi, come il lavoratore migrante, anche i missionari del terzo mondo a volte sono visti come se fossero venuti a ricevere. Nel passato, i missionari occidentali sono venuti con i container pieni delle cose da dare. Oggi, i missionari del terzo mondo vengono con le mani vuote con niente da offrire nel senso materiale. Quindi, dalla missione a partire dall’abbondanza (se non la sua propria, almeno quella del suo paese) alla missione a partire dalla povertà (certamente sua propria, ma anche quella del suo paese).

E così, c’è disordine negli ordini missionari. La missione multi‑direzionale genera disordine nella missione, o almeno, disturba l'ordine normale.

2. Saggezza che emerge dal disordine

Allora, che cosa possiamo imparare da questo disordine negli ordini religiosi causato dalla provenienza multi‑culturale dei membri e dalla missione multi‑direzionale? Ora permettete che proceda al secondo passo di questa relazione, cioè, a una riflessione sulla “saggezza che emerge dal disordine”.

Credo che il disordine ci faccia capire che le cose non devono essere come attualmente sono, che le cose possono essere differenti, che ci può essere un nuovo ordine delle cose. Il disordine ci offre un’opportunità di liberarci dal peso soffocante della condizione attuale delle cose e ci permette di intuire nuove possibilità nascoste nella attuale condizione delle cose e in attesa di poter emergere completamente. Il disordine ci dà la sensazione che c’è qualcosa come “un nuovo cielo e una nuova terra”.

Quindi, c’è saggezza nel disordine – dal quale possiamo imparare molte cose. Lasciatemi sottolineare appena tre cose fondamentali. Su Dio, sulla vita religiosa e sulla missione, cioè la follia dell’amore divino, la follia della consacrazione religiosa e la follia della missione interculturale.

2.1. Dio: la follia dell’amore che si svuota di se stesso

I primi versetti della Genesi raccontano come Dio ha creato il mondo. Lo Spirito di Dio si è librato sopra il vuoto informe e l’ordine è stato creato dal disordine, l’universo o il cosmo dal caos. Per i primi esseri umani, tuttavia, questo ordine non era abbastanza buono. Volevano essere dèi essi stessi e creare il loro proprio ordine. Costruirono Babele ed installarono questo come l'ordine del mondo. Da allora l’ordine del mondo è stato un grande disordine e una grande confusione. Il piano di salvezza di Dio è stato quello di sovvertire, rovesciare questo ordine e di ristabilire l'ordine originale creato dalla sua Parola.

Per gli esseri umani il desiderio di “diventare come Dio” è il culmine della presunzione. Nei salmi Dio deride tutti coloro che si considerano importanti o potenti. Il salmo 2 dice: “Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Messia: ‘Spezziamo le loro catene, gettiamo via i loro legami’. Se ne ride chi abita i cieli, li schernisce dall'alto il Signore. Egli parla loro con ira, li spaventa nel suo sdegno: ‘Io l'ho costituito mio sovrano sul Sion, mio santo monte”. (Sal 2, 2‑6).

Per andare incontro al desiderio degli esseri umani di essere dio, Dio stesso è diventato umano in Gesù Cristo – come se volesse dire che la via alla salvezza non passa per il potere, la forza e la ricchezza, cose che sono normalmente associate ad essere dio, ma attraverso l’umiltà e l’essere piccolo e la povertà, che sono caratteristiche fondamentali dell’essere umano. Agendo in tal modo, Dio ha ridefinito che cosa significa essere dio – non la pienezza di potere, ma amore che si svuota di se stesso (Fil 2, 6‑8).

Così, Dio non si rivela “ai sapienti e agli intelligenti ... [ma] ai piccoli” (Mt 11, 25). Effettivamente, “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.” (1 Cor 1, 27‑28.25).

Ha scelto di essere generato da una giovane vergine, povera e incolta, politicamente insignificante. Ma attraverso lei, Dio ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi (Lc 1, 51‑53).

A coloro che desiderano essere i suoi discepoli, egli dice: “Chiunque non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”(Mt 10, 38-39). Quelli che sono veramente beati non sono i potenti e ricchi, ma coloro che sono poveri, miti, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati per causa della giustizia (Mt 5, 3‑10). E soltanto coloro che diventano come i bambini entreranno nel suo regno (Mt 18, 3). Perché “chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18, 14).

Finalmente egli è diventato una minaccia contro i poteri di questo mondo. Doveva essere eliminato da questo mondo per rovesciare l’ordine attuale delle cose. Il messia sulla croce è l’ultima incoerenza della storia di salvezza. Ma è anche l’ultimo atto dell’amore che svuota se stesso. Con Dio inchiodato ad essa, la croce viene trasformata da simbolo di vergogna e di punizione in segno di salvezza e di speranza. Effettivamente, come S. Paolo dice:

La parola della croce, infatti, è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio... E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. (1Cor 1, 18.22‑25).

2.2. La vita religiosa: La follia della consacrazione di tutto cuore.

Secondo l’ecclesiologia classica, la vita consacrata non appartiene “all'ordine gerarchico” della chiesa, cioè, il papa, i vescovi, i sacerdoti, i laici. Come sappiamo, sia il clero che i laici possono far parte della vita consacrata. I religiosi non costituiscono un altro “ordine” nella gerarchia della chiesa fra il clero ordinato ed il laicato non‑ordinato. La vita consacrata appartiene piuttosto alla cosiddetta “struttura carismatica” della chiesa.

Il termine “struttura carismatica” è piuttosto un termine improprio, “una contraddizione nei termini”, perché i carismi normalmente sfuggono alla struttura e alla regolamentazione. Secondo S. Paolo in 1 Cor 12, i carismi sono vari doni che lo Spirito distribuisce liberamente per l'edificazione della chiesa. I carismi, allora, implicano spontaneità, pluralità, diversità. Questa diversità è essenziale per la chiesa come corpo di Cristo. Come lo spiega S. Paolo: “Ora il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra (1Cor 12, 14); ... Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo?” (v 19). È in questo contesto che possiamo dire che le varie forme di vita religiosa danno corpo ai vari carismi dello Spirito. Attraverso i fondatori delle congregazioni religiose, i doni dello Spirito sono suscitati in risposta ai vari bisogni della chiesa.

In 1 Cor 13, tuttavia, S. Paolo spiega che il carisma “più eccellente” è l’amore. L'amore non viene a mancare mai. I doni di profezia, delle lingue, di scienza passeranno. Alla fine, la fede, la speranza e l’amore rimarranno; ed il più grande di questi è l’amore. Questo carisma più alto di tutti costituisce anche il fondamento della vita religiosa. Perché la consacrazione richiesta dalla vita religiosa è una consacrazione di tutto l’essere della persona a Dio – cioè, nelle parole di Deuteronomio (Dt 6, 5), una consacrazione che richiede di “amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la forza”. Questo trova espressione nei tre voti di castità (amare Dio con tutto il cuore), di obbedienza (amare Dio con tutta l'anima o mente) e di povertà (amare Dio con tutta la forza).

La vita religiosa quindi è una sequela radicale di Gesù, il figlio di Dio fatto uomo – casto, povero e obbediente. In tal modo, la persona consacrata fa di Dio la sua vera ricchezza, il suo unico amore e la sua libertà genuina. La persona consacrata si impegna a vivere nel presente i valori del regno di Dio futuro. Quindi, fornisce una testimonianza contro‑corrente e cosi afferma e proclama che il regno di Dio comporta il capovolgimento dell'ordine del mondo. I consigli evangelici hanno, quindi, una dimensione profetica. Perché povertà, castità e obbedienza sembrano incongruenti o fuori posto in un mondo che stima il potere di possedere e di trattenere per sé, il bisogno di intimità esclusiva e la libertà di regolare e determinare la propria vita.

Dal punto di vista del mondo, le persone consacrate appaiono come “stolti per Cristo”. Dice S. Paolo:

Siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini, stolti a causa di Cristo ... siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi.(1 Cor 4, 9.10.13).

Perciò fa parte della vita consacrata ciò che potremmo chiamare il suo “carattere destabilizzante” o la capacità di causare disordine. Quindi, il disordine non dovrebbe mai essere estraneo agli ordini religiosi. E soltanto conservando un tale carattere i religiosi potranno dare testimonianza dell'ordine escatologico del regno di Dio.

2.3. Missione: La follia della testimonianza interculturale.

Tradizionalmente, il fondamento biblico per l'attività missionaria della Chiesa è Mt 28, 19‑20 – “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni...” Il compito missionario della chiesa è basata sulla convinzione dell'importanza universale di Gesù Cristo. La convinzione è che il vangelo di Gesù è buona notizia non solo per gli ascoltatori originali del mondo mediterraneo o dell’Europa dove il cristianesimo aveva la sua origine e si è sviluppato velocemente, ma anche per la gente di altre epoche e località, di altre generazioni e culture. La proclamazione del vangelo alle differenti culture, passando da una cultura all’altra, quindi, è considerata come un imperativo cristiano. In questo senso, la missione, per sua propria natura, è interculturale.

I missionari del passato e del presente sono ispirati dalla loro propria esperienza personale del vangelo di Gesù come buona notizia. In virtù di questo, lasciano l’ambiente familiare (casa paterna, patria, cultura) e si avviano verso l’ignoto per condividere questa buona notizia con altre genti. C’era una certa follia, una certa temerarietà in questo. Perché non c’era mai la certezza che sarebbero stati benvenuti ed il loro messaggio accettato. Infatti, in molti casi, i missionari non erano benvenuti ed il loro messaggio è stato rifiutato causando loro sofferenze e difficoltà indicibili e perfino morte. In alcuni casi, i missionari sono stati visti e considerati come invasori e colonizzatori, impostori e ladri di anime. Ma, in molti altri casi, i missionari sono anche stati ricevuti come amici e benefattori genuini, maestri e ministri rispettati, pastori meritevoli di fiducia e guide spirituali.

S. Francesco Saverio, uno dei patroni della missione, ha scritto una volta:

Moltissimi, in questi luoghi, non si fanno ora cristiani solamente perché manca chi li faccia cristiani. Molto spesso mi viene in mente di percorrere le università d’Europa , specialmente quella di Parigi, e di mettermi a gridare qua e là come un pazzo e scuotere color che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimè, quale gran numero di anime,per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all’inferno!

Possiamo avere delle riserve riguardo alla visione teologica sottostante a questa dichiarazione, ma allude a una certa follia nella missione interculturale.

La riflessione teologica recente ha sottolineato ancor più fortemente il carattere interculturale della missione. In conformità con la visione teologica del Vaticano II, il fondamento della missione è indicato nel dialogo di amore che è vivo nel cuore della Trinità. Questo dialogo interno fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo trabocca nel mondo per mezzo della missione della Parola (del Verbo) e l'invio dello Spirito. L'incarnazione del Figlio di Dio comporta un “esodo” dal regno della divinità al mondo dell’umanità, l’attraversare una frontiera, non solo fra culture differenti, ma fra mondi differenti. L'amore divino non è rimasto all'interno della divinità, ma è passato a ciò che era diverso da essa. Questo “esodo” o passaggio ad un altro regno, questa traversata di una frontiera, è una manifestazione della gratuità dell’amore di Dio.

Questa gratuità è messa in evidenza chiaramente dalla missione interculturale. Effettivamente, se la missione fosse limitata alla propria cultura o al proprio mondo del missionario, qualche cosa di essenziale della missione sarebbe perso. Se i missionari dovessero lavorare soltanto nella loro propria cultura o nel loro proprio paese, si potrebbe sospettare che sono motivati dai legami umani che li legano alla loro gente. Ma per impegnarsi in un'altra cultura o paese? Nessun legame umano spiegherebbe questo, ma soltanto l'esperienza della bellezza del vangelo che afferma che Dio è amore. Come un missionario una volta scrisse nelle sue memorie: “Come è successo che dovrei ascoltare i grilli di notte e attraversare le paludi in una foresta africana per aiutare un essere umano morente che non avevo mai conosciuto?”

Nessun legame umano riuscirebbe a spiegare ciò. Soltanto il vangelo di Gesù. Caritas Christi urget nos. Questa è la follia della missione interculturale.

3. Formazione di comunità interculturali

Ora vengo al terzo passo di questa presentazione; vorrei suggerire alcune idee, formulare alcuni suggerimenti riguardo alla formazione di comunità interculturali. Mi limiterò a tre brevi punti.

3.1. Motivo teologico.

In primo luogo, dovrebbe essere chiaro che formiamo comunità internazionali o interculturali per uno scopo teologico, cioè, fornire una testimonianza dell'unità e della diversità del regno di Dio. Formiamo comunità internazionali o interculturali non semplicemente perché lo troviamo interessante o perché è piacevole (perché, infatti, abbastanza spesso non è piacevole!), o perché vogliamo imitare le Nazioni Unite. Né formiamo comunità internazionali o interculturali perché siamo costretti ad accettare membri da altri continenti, dovuto alla penuria di vocazioni nell'occidente. Piuttosto formiamo le comunità internazionali o interculturali perché siamo chiamati a testimoniare sia l’universalità del regno di Dio che la sua apertura alla diversità. Questa testimonianza è particolarmente urgente nel contesto della globalizzazione che tende, da un lato, ad escludere e, dall’altro lato, ad eliminare tutte le differenze. In considerazione di questo fatto, esiste oggi una particolare necessità di testimoniare che il regno di Dio è un regno d’amore che include assolutamente tutti e, allo stesso tempo, è aperto alla particolarità di ogni persona e nazione.

3.2. Comunità intenzionale.

In secondo luogo, segue dal punto precedente che le comunità internazionali o interculturali devono essere comunità intenzionali. Cioè è essenziale che i membri intendano coscientemente e consapevolmente di essere una comunità internazionale o interculturale per uno scopo specifico. Ogni membro deve essere convinto che l’internazionalità o inter‑culturalità sia un ideale da essere ricercato o un valore da promuovere. Le comunità internazionali o interculturali non sorgono appena per caso, o semplicemente mettendo insieme sotto lo stesso tetto persone provenienti da differenti nazioni o culture. Piuttosto, le autentiche comunità internazionali o interculturali devono essere create e costruite coscientemente, promosse intenzionalmente, diligentemente provvedute e fatte crescere attentamente. Richiedono alcuni atteggiamenti personali fondamentali, determinate strutture comunitarie ed una spiritualità particolare. Di conseguenza, i membri hanno bisogno di un programma specifico di formazione, sia iniziale che permanente, che li prepari per vivere nelle comunità internazionali o interculturali efficacemente e con buoni frutti.

3.3. Interazione fra le culture.

In terzo luogo, credo che il nostro ideale non sia soltanto una comunità composta di gente proveniente da nazionalità o da culture differenti – questo è ciò che è descritto normalmente dal termine “internazionalità”. Né è semplicemente una comunità dove le persone delle differenti culture o nazionalità possono coesistere parallelamente, uno accanto all’altro – questo è ciò che è indicato dal termine “multiculturalismo”. Il nostro ideale è una comunità in cui le culture differenti dei membri possono entrare in interazione delle une con le altre, in uno scambio reciproco fra di loro, e cosi arricchire reciprocamente i singoli membri e la comunità complessivamente – questo è ciò che è indicato dal termine “inter‑culturalità”. Una comunità interculturale genuina e autentica è caratterizzata da tre cose, vale a dire: (1) il riconoscimento di altre culture (cioè, permette che le culture delle minoranze siano visibili nella comunità), (2) il rispetto per la differenza culturale (cioè, evita qualsiasi tentativo di livellare le differenze culturali attraverso l’inclusione delle culture delle minoranze nella cultura dominante) e (3) la promozione di un'interazione sana fra le culture (cioè, si cerca di creare un clima nel quale ogni cultura è disponibile ad essere trasformata o arricchita dall'altra). In questo modo, una comunità interculturale sarà una comunità dove i membri provenienti da differenti culture si sentiranno accolti e appartenenti a pieno titolo.

Alla fine, forse possiamo paragonare le culture con i carismi dei quali S. Paolo parla in 1 Cor 12. Parafrasando Paolo possiamo allora dire:

La genuina e autentica comunità religiosa missionaria non è una singola cultura, ma molte. Se poi fosse tutta una sola cultura, dove sarebbe la comunità? Invece molte sono le culture, ma una sola è la comunità. Effettivamente, le culture che sembrano più deboli sono più necessarie e quelle culture che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e [quelle indecorose] sono trattate con maggior decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha composto la comunità, conferendo maggior onore a ciò [alla cultura] che ne mancava. Se una cultura soffre, tutte le altre soffrono insieme; e se una cultura è onorata, tutte le altre gioiscono con essa (cf. 1 Cor 12, 14‑26).

4. Conclusione

Vorrei concludere con una parola sui santi in memoria dei quali stiamo tenendo questo simposio, San Arnoldo Janssen, nostro fondatore e San Giuseppe Freinademetz, nostro missionario pioniere in Cina. Due uomini che ora sono santi perché erano “stolti per Cristo” o pazzi nell'interesse di Cristo.

Nel 1905, quando Arnoldo Janssen stava decidendo se accettare o non accettare il lavoro missionario fra gli Afro‑Americani negli Stati Uniti, scrisse:

A volte succede che riusciamo a fare qualcosa che la grande maggioranza considera come senza speranza. Abbiamo sperimentato questo qui a Steyl. A quel tempo sono stato considerato eccentrico e quasi un pazzo; pero malgrado tutto ho continuato a sperare e, con l’aiuto di Dio, vi sono riuscito.

E quanto a Giuseppe Freinademetz, leggiamo quanto segue da due delle sue lettere dalla Cina:

[Il vostro figlio...] stesso sta quasi inchiodato in croce ... Come stanno le cose qua da noi chi lo sa se saremo ancora fra i vivi, quando queste righe arriveranno nelle vostre mani. Ci minaccia al presente una grande persecuzione da parte dei pagani;... e se scappiamo oggi la morte, chi sa se la scappiamo anche domani. ... Ma noi tutti mettiamo tutta la nostra fiducia in Dio, che certo non ci abbandona. [1887].

L'anno scorso abbiamo avuta una gran persecuzione, che costò la vita a molti Cristiani... Finora il Signore ci ha sempre difesi. La missione va avanti con la grazia di Dio. [1895].

Da queste citazioni percepiamo una certa “spensieratezza”, una serenità di cuore, di fronte alle importanti decisioni da prendere o alle gravi situazioni da affrontare nella missione. O persino forse un pizzico di buon umore, che relativizza il loro darsi importanza nella consapevolezza che è Dio che è al comando e controlla le cose. Si dice che l'umiltà è il fondamento del buon umore, dato che l'umiltà ci dà il vero senso della nostra auto‑stima e ci conduce alla consapevole percezione della nostra piccolezza davanti alla grandezza di Dio. Soltanto la persona veramente e autenticamente umile può riconoscere le azioni di Dio nel mondo come “mirabilia Dei” – opere meravigliose di Dio.

Ciò che vediamo, quindi, in queste citazioni è l'umiltà sia di Arnoldo che di Giuseppe, che dà loro un senso di buon umore e una fiducia irremovibile in Dio. Voglia il cielo che possiamo imparare da entrambi i santi che non siamo indispensabili nella missione, che la missione appartiene a Dio e non a noi, e che possiamo imparare da loro che noi non siamo i protagonisti principali nella missione, che siamo soltanto collaboratori. O, come lo esprimono parole attribuite all'arcivescovo Oscar Romero, “noi siamo operai, non capomastri; ministri, non il messia. Siamo profeti di un futuro che non ci appartiene”. Potrebbe essere una follia dare tutta la propria vita per questo futuro. Ma se questo futuro è di Dio, allora è una “santa follia”.