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ROME DECEMBER 06, 2008
Centennial Symposium

CONTEMPLATIVI NELLA MISSIONE

Padre Nestor Inacio Schwerz ofm

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INTRODUZIONE

ono qui non per comunicare una sapienza accademica perché non sono dottore in Teologia Missionaria e né per comunicare esperienza di vita contemplativa perché non sono un monaco contemplativo. Il mio punto di partenza è la mia esperienza stessa di servizio di animazione della vocazione missionaria dei nostri confratelli nel nostro Ordine dei Frati Minori. Viviamo più o meno gli stessi problemi e le stesse sfide come la maggioranza degli Istituti di Vita Consacrata.

La coscienza missionaria nel nostro Ordine e nei singoli confratelli è fragile. Il tema della missione e la spiritualità missionaria sono abbastanza assenti nella formazione iniziale e permanente e nei Centri di Studi. La mobilità e l’itineranza missionaria, tanto cari a S. Francesco d’Assisi e alle prime Fraternità, non sono il nostro punto forte nel momento attuale. C’è resistenza per partire, per uscire, per andare alle missioni ad gentes o inter gentes, per creare e assumere nuove forme di evangelizzazione, per rinnovare le forme tradizionali. Abbiamo una ricca tradizione contemplativa, però non possiamo dire che siamo molto contemplativi nella nostra missione.

Però, nel mio servizio di animazione trovo tanti motivi per continuare ad essere ottimista. Dappertutto ci sono dei segni di una vita dedita al Regno, alla Chiesa ed al popolo, in particolare ai più poveri e sofferenti. Non mancano le testimonianze di una profonda spiritualità, di un modo di essere contemplativo. Non serve partire dal negativo e dai peccati. Serve partire da quello che è già segno del Regno.

Nel vangelo di Marco, nel primo capitolo, dopo aver narrato la giornata di sabato di Gesù a Cafarnao, troviamo questo riferimento:

“Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma, Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: “Tutti ti cercano!” Egli disse loro: “Andiamocene altrove per i villaggi vicini perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!” E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni.” (Mc 1, 35-39)

Nella giornata precedente, sabato, Gesù ha avuto un’attività intensa: è entrato nella sinagoga, ha condiviso il suo insegnamento, ha guarito un uomo posseduto da un spirito immondo e dopo il tramonto ha ricevuto una vera folla di malati ed indemoniati. Anzi, tutta la città era riunita davanti alla porta. E Gesù guarì molti. Lui poteva fermarsi in quella città. C’era molto da fare. Pietro era entusiasta davanti a questo esito del Maestro: “tutti ti cercano!”

Gesù si rivela sin dall’inizio del suo ministero, un contemplativo, un uomo orante. Lui si ritira al mattino presto in un luogo deserto e prega. Sicuramente non è stata una preghiera in base a qualche libro o a qualche devozione imparata a memoria. Possiamo facilmente presupporre che abbia meditato, abbia contemplato a partire dalla realtà vissuta ed in ascolto del suo Padre. Tale preghiera lo spinge ad andare altrove, ad andare per tutta la Galilea. La contemplazione apre gli orizzonti della missione, spinge verso gli altri, verso l’universalità. La contemplazione chiarisce la missione: “per questo sono venuto”, per predicare a tutti e scacciare i demoni dappertutto. Lui non può fermarsi, deve andare nei camini degli uomini e delle donne perché il Regno di Dio possa arrivare a tutti. In questo andare, Gesù è modello per i suoi discepoli nell’unire contemplazione e missione. La missione va contemplata e la contemplazione anima la missione.

La ricerca di unire, collegare e far interagire contemplazione e missione è stato sempre presente nella storia del cristianesimo. Nella missione evangelizzatrice della Chiesa sempre è stata presente la coscienza sulla necessità della preghiera, dell’esperienza di Dio, dell’adesione alla sua volontà, dell’apertura al suo Spirito. La comprensione della missione, nei suoi diversi aspetti, ha avuto dei cambiamenti lungo la storia della Chiesa e del cristianesimo. Anche la spiritualità che ha accompagnato la missione dei cristiani e della Chiesa nel mondo ha avuto degli accenti diversi lungo la storia.

La cultura attuale egemonica in certo modo ci pone delle grosse difficoltà per essere contemplativi e missionari. Però proprio nel mondo di oggi, se vogliamo essere missionari efficaci, occorre articolare contemplazione e missione.

1. CHE COSA È LA CONTEMPLAZIONE? QUALE CONTEMPLAZIONE PER LA NOSTRA MISSIONE OGGI?

La contemplazione non è un’attività razionale di riflessione, non è meditazione, non è semplicemente preghiera, però presuppone tali esercizi. La contemplazione è una dimensione di gratuità. È una particolare esperienza spirituale che viene vissuta come esperienza di interiorità. È una esperienza religiosa che fa comprendere il dato della fede con un “sapere” e un sapore particolare. È un evento che irrompe nella vita umana con una caratteristica di grazia, di dono.

E’ uno stato spirituale nel quale il credente si abbandona completamente al suo Dio oppure alla ricerca della risposta alla sua domanda esistenziale.

1.1 La contemplazione nelle tradizioni di altre religioni

La storia ci presenta esempi concreti di contemplativi, di mistici nelle varie religioni, sia le grandi tradizione religiose orientali, sia quelle delle popolazioni nativi in America ed in altri continenti. Nel mio paese di origine, nel sud del Brasile, abbiamo le tracce della presenza di un popolo profondamente contemplativo e cioè il popolo “Guarani”. In questo popolo si ha la comprensione che tutti gli esseri sono una parola della Divinità suprema. Ciò richiede la capacità di ascolto per capire la parola. Perciò è un popolo profondamente silenzioso. Trattasi di un popolo che si pone in ricerca della terra senza male e rivela riverenza verso la terra e tutte le creature.

Recentemente ho avuto anche il privilegio di contatti con il gruppo “Sufì” in Turchia e con la vita monacale dei buddisti in Corea. Trattasi di gruppi profondamente contemplativi, dediti alla meditazione, alla preghiera. Ciò che impressiona è che sono persone di pace, di dialogo, di apertura verso il diverso, cordiali, accoglienti, di una vita semplice, povera, austera, non consumistica.

Il sufismo rappresenta una lunga esperienza di spiritualità. Le confraternite sufì si dedicano a ricordare e meditare sul nome di Dio, portando questo esercizio a una pietà particolare. Trattasi di un movimento mistico, contemplativo che fa dell’uomo una teofania di Dio e conseguentemente sviluppa in lui la testimonianza di Dio. Secondo i sufì, l’uomo dev’essere “tabernacolo” di Dio, in quanto Dio stesso è nel cuore del fedele credente fino al punto di operare un’unità nell’Unità sua.

La tradizione buddista ha una ricca tradizione sapienziale, etica, di meditazione e di contemplazione. Fondamentale è risvegliare il desiderio interiore per fare un camino verso la ricerca della verità di se stesso e di tutte le cose, verso l’illuminazione completa. Tale camino è esigente perché richiede disciplina, perseveranza, un stile di vita austero, un metodo preciso di meditazione e di preghiera, con particolare accento nel silenzio. Trattasi di un camino di educazione del cuore mediante la pratica contemplativa. Impressiona il loro rispetto per la vita, l’amore reciproco, la cura verso i poveri, l’accoglienza cordiale verso tutti.

1.2. La contemplazione nella tradizione giudaica e cristiana

Nella tradizione giudaica e cristiana, la contemplazione deve essere capita in profondo rapporto con la Parola e come via di adesione a Dio con tutto il cuore. Nella narrazione biblica Dio stesso appare come il primo contemplativo. Dopo aver creato tutto con la forza della Sua Parola, Dio consacra il sabato come il giorno della contemplazione. ““E Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1, 31).

Contemplare nella Sacra Scrittura è innanzitutto entrare nella famigliarità con la Parola. Il Dio biblico è Dio che se comunica se stesso, è Dio che parla. La sua Parola è efficace, è creatrice. Parlandoci, Dio si comunica se stesso, “getta verso di noi” e si “consegna” a noi, nella libertà dell’Amore e nel suo essere ed operare.

Il secondo grande orizzonte è la storia. La Parola indica anche l’azione di Dio, il suo agire dentro la complessità degli avvenimenti. Dio interviene nella storia e la fa storia di salvezza. Il credente deve quindi esercitare il discernimento per scoprire l’agire di Dio. Nell’AT è evidente la coscienza della vicinanza amorevole di Dio. Il Signore è assolutamente trascendente, ma si avvicina all’uomo, lo sceglie, lo protegge, lo ama con la profondità con la quale un padre ama suo figlio. Da qui l’emergere nell’uomo di fede non solo un atteggiamento di ammirazione e di obbedienza, ma anche di un vivo desiderio di comunione e di obbedienza, di voler vederlo ed essere intimamente unito a Lui.

Nel NT, la grande novità è l’evento Gesù Cristo, il Verbo di Dio fatto carne, con un volto umano, rivelando il volto del Padre. In Lui si dà l’auto-manifestazione piena di Dio. Il suo Spirito vive ed opera in noi, facendo assumere una nuova vita. La contemplazione cristiana ci porta ad una profonda comunione con Gesù Cristo, con la sua Persona, la sua Parola, con il suo essere ed agire, con il suo Padre e con il suo Spirito. La contemplazione cristiana ci fa penetrare nel mistero della Trinità e nel mistero della Chiesa, dell’umanità, della creazione, della storia.

Nella storia cristiana abbiamo una ricca tradizione di esperienze contemplative con diversi accenti. Faccio riferimento alla tradizione contemplativa del nostro carisma. Secondo Santa Chiara d’Assisi, la contemplazione è un esercizio di vedere, meditare, considerare la povertà, l’umiltà, la carità, le delizie del Signore e così lasciarsi trasformare totalmente nell’immagine della sua divinità. La contemplazione si caratterizza da una dimensione propriamente evangelica: non è un’attività straordinaria, riservata a un’élite, ma un atteggiamento quotidiano. Contemplazione per Chiara è vita in Cristo. E non è solo conoscere Dio, ma anche vedere gli uomini e le creature come le vede Dio.

S. Bonaventura, nel suo Opuscolo Itinerarium Mentis in Deum, un classico sulla contemplazione, sottolinea che la contemplazione non si insegna, ma si sperimenta. È una conoscenza esperienziale di Dio. Anche per lui la contemplazione non è riservata ai soli religiosi, ad una sola categoria di persone, ma è comune come è comune la via alla santità. Se la nostra vita è destinata all’unione definitiva con Dio, la contemplazione ne è l’espressione e l’anticipazione. Bonaventura indica come possiamo aprirci alla contemplazione: «Se, poi, ti chiedi come tutto questo possa avvenire, interroga la grazia, non il sapere; il desiderio, non l’intelletto; il gemito della preghiera, non la fatica della lettura; lo Sposo, non il Maestro; Dio, non l’uomo; l’oscurità, non la chiarezza; non la luce, ma il fuoco che infiamma totalmente e trasporta in Dio con le unzioni dell’estasi e il più ardente affetto» (Itin., c. VII, 6)1.

Il contemplativo è un «uomo di desideri». Senza il desiderio, l’uomo non può giungere alla contemplazione né può perseverare nella contemplazione. Il desiderio è la forza che ci attira verso l’oggetto che amiamo. Il desiderio supremo è quello del Bene supremo.

È stato l’ardentissimo amore per il Crocifisso, che trasformò Paolo in Cristo, al punto da fargli dire: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo ma Cristo vive in me”» (Itin., Prol., 3)2.

Ma il desiderio dell’uomo che ama non viene mai appagato senza il fuoco dello Spirito. La trasformazione totale in Dio è un dono dello Spirito. La persona contemplativa cerca ed attende, prega e spera. Per lei tutto diventa dono. Tutto è grazia nella ricerca del volto di Dio per via contemplativa. Bisogna invocare l’aiuto di Dio nel nostro cammino contemplativo. D’altra parte, l’aiuto di Dio soccorre coloro che lo chiedono con tutto il cuore, umilmente e devotamente.

La contemplazione inizia con le realtà intorno a noi: dalle creature per salire poi come per gradini a Dio. La storia è un tempo privilegiato, un kairòs, che cammina verso la sua pienezza in Dio. In questo cammino, l’uomo scopre e “gusta” la presenza di Dio in ogni cosa. Dio è alla fine del nostro cammino di contemplazione, ma è anche lì, lungo il cammino, vicinissimo a colui che lo cerca, nella profondità dell’essere stesso di ogni creatura e, soprattutto, è nella profondità di noi stessi. In ogni cosa e in ogni avvenimento Dio è presente. Dio si rivela e allo stesso tempo si nasconde all’uomo che lo cerca. L’uomo, distratto da tante illusioni del mondo, può perdere lo sguardo contemplativo e con esso il senso religioso del creato.

La contemplazione è anche un atto di intelligenza ma non di pura intelligenza, poiché si tratta di conoscenza sperimentale, che implica in sommo grado la partecipazione della volontà.

Per la nostra vocazione missionaria non serve una contemplazione che significhi un distacco dalla realtà concreta delle persone, della gente, dalle situazioni storiche. Ci serve la contemplazione che ci aiuta a far incontro tra il Vangelo e la realtà storica, l’esperienza vitale concreta.

La contemplazione non è una pratica evidente e di facile riuscita, perché è qualcosa che deve essere coltivato con impegno. Quindi, è facile rimanere nella superficialità. È necessario far silenzio in se stessi in modo che si possa andare al di là dell’epidermico. Così, potremo vedere, captare, penetrare e approfondire, entrando nell’intimo delle persone, degli esseri, della natura, delle culture, delle religioni e dei segni dei tempi. Così, la missione diventerà una ricerca permanente di essere in sintonia con i disegni di Dio. Sì, “diciamolo ad alta voce, con vera convinzione del cuore: non c’è rinnovamento, anche sociale, che non parta dalla contemplazione.” (Giovanni Paolo II, Discorso al 3°. Convegno della Chiesa Italiana, 24.11.1995).

2. ESSERE CONTEMPLATIVI NELLA MISSIONE

La nostra missione è partecipazione alla missione di Gesù Cristo e a quella del suo Spirito. Siamo stati chiamati a seguire Gesù Cristo, ad essere suoi discepoli missionari. La nostra missione è espressione dell’amore universale di Dio Trinità, della sua passione per l’umanità e per tutte le creature. La missione non è nostra. Il protagonista principale è Gesù Cristo e lo Spirito Santo. La contemplazione ci porta alla ricerca di una continua unione e famigliarità con Gesù Cristo e con il suo Spirito, con la sua Parola. Ci porta all’identificazione e conformazione con Lui per assumere il suo modo di essere e agire.

Il III Congresso Missionario Americano (CAM 3), celebrato nel mese di agosto di quest’anno a Quito, Ecuador, ci offre una luce per questa ricerca di essere contemplativi nella missione. Il moto del Congresso diceva “ascolta, impara ed annunzia”. Tale moto può essere compreso come un metodo molto pratico di vivere la vocazione missionaria e un programma di vita, un atteggiamento contemplativo nella missione.

Il discepolo e la discepola è chiamato ad ascoltare e ad imparare dal Maestro; e il missionario e la missionaria è inviata ad annunziare agli altri quello che ha ricevuto. Ascoltare, tra altri aspetti, significa aprire la mente e il cuore all’altro per scoprire quello che pensa, sente, vuole, desidera, soffre, ecc; indica creare uno spazio interiore perché l’altro possa essere presente con tutte le sue ricchezze e debolezze, con le sue domande e le sue aspirazioni. Ascoltare implica rispetto verso quello che non si capisce oppure non si condivide in un primo momento. L’ambiente propizio perché ci sia l’ascolto è il silenzio interiore, che consente all’altro di esprimersi con tutta la sua libertà. Per ascoltare però è importante abbandonare la fretta, fermarsi, lasciare da parte i pregiudizi e cominciare a conoscere il linguaggio e la mentalità dell’altro. In altre parole, per ascoltare in profondità ci vuole un atteggiamento contemplativo.

Imparare implica lo sforzo paziente e constante per capire il senso profondo di ogni parola, di ogni gesto, di quello che l’interlocutore vuole comunicare. Imparare significa confrontare la vita dell’interlocutore con la propria esistenza; assimilare di un modo critico e creativo la saggezza dell’altro fino a trasformarla in convinzioni, in attitudini di vita e in comportamenti quotidiani. Chi si pone in un’attitudine di imparare dall’altro è consapevole che non possiede tutta la verità; si rende conto che è in cammino verso la pienezza in tutte le sue dimensioni. Allora è più facile rispettare la diversità in tutte le sue espressioni.

Annunziare è una conseguenza dei due primi atteggiamenti. Quello che si è ascoltato, contemplato ed appreso deve essere comunicato o condiviso con altre persone.

Essere discepolo/a e missionario/a, pertanto,significa vivere in un atteggiamento permanente di ascolto, di apprendistato, di contemplazione e di annunzio. Il discepolo e la discepola ha come Maestro il Signore Gesù Cristo, ma anche la Chiesa, il popolo, i poveri.
Il discepolo cristiano deve ascoltare e imparare da Dio Trino e Uno ciò che pensa, sente, desidera, vuole, rivela. Senza questi due momenti sarà difficile, anzi impossibile, che il missionario possa comunicare agli altri quello che Dio gli ha detto e rivelato. Questo allora esige, ad esempio, che si dedichi un tempo particolare per la preghiera personale e comunitaria, per lo studio e la meditazione della Parola di Dio, per la Celebrazione dei Sacramenti, per la lettura dei segni dei tempi, per la contemplazione come luoghi privilegiati di incontro e di comunione con Dio.

Il discepolo deve ascoltare e imparare dalla Chiesa, dalla sua lunga Tradizione, dal suo Magistero, dalle sue ricchezze teologiche e spirituali e scoprire metodi, modi e mezzi nuovi per l’annunzio del Vangelo.

È importante che il discepolo ascolti e impari anche dal popolo, dai destinatari a cui si rivolge come missionario per annunziare la Buona Novella. È necessario conoscere la cultura e la religione di ogni popolo, cioè, il modo particolare di relazionarsi con Dio, con gli altri, con la natura. È così che il discepolo può scoprire e valutare meglio le differenze e le cose comuni: valori morali, sociali, religiosi.

Il discepolo e la discepola missionario è invitato a rinnovare sempre di nuovo l’incontro con Gesù Cristo e farsi accompagnare dallo Spirito Santo. Il discepolato esige un vincolo affettivo e vitale con la persona di Gesù Cristo. Esige la rinnovata conversione per nascere sempre di nuovo. Per collaborare con Gesù Cristo e con il suo Spirito nella missione si richiede una contemplazione assidua e comunione profonda in modo da assumere il suo stile, la sua forma di vita, la sua croce, la sua fedeltà al Padre, la sua passione per l’umanità, per i poveri, il suo amore senza limiti verso tutti, la sua disposizione a donare la vita totalmente.

Il discepolo e la discepola missionario sarà in particolare una persona ed una comunità piena dello Spirito. Solo lo Spirito può spingere lr persone e la comunità in tutte le direzioni:

  • verso fuori: lo Spirito spinge la comunità verso altri popoli, altre culture, altre religioni;
  • verso tutti: lo Spirito non esclude nessuno, vuole arrivare a tutti. È un vento che non si sa da dove viene e dove va. Lui dona la libertà per amare a tutti senza limiti, per spingere oltre le frontiere, per condurre all’incontro con tutti ed entrare in dialogo, in relazione di reciprocità;
  • verso il lato: lo Spirito ci fa contemplare il volto dei poveri, dei sofferenti, degli emarginati e esclusi; allo stesso tempo risveglia la solidarietà per impegnarsi in favore della vita in abbondanza per tutti, in favore della pace, dei diritti umani, della giustizia, della riconciliazione;
  • verso il futuro: lo Spirito assicura la speranza verso il futuro, anche nelle situazioni più caotiche, nei dolori, nella violenza, nelle situazioni di morte.
  • verso la terra: lo Spirito ci spinge ad assumere un atteggiamento di responsabilità verso la casa comune, il pianeta terra, verso tutte le creature, verso la giustizia ambientale, verso la difesa dell’Amazzonia, verso un nuovo rapporto con la natura, superando la logica del mercato.

La contemplazione ci aiuta a credere più profondamente nel Risorto ed a annunciare il suo Regno nell’orizzonte della pienezza escatologica di “un nuovo cielo e una nuova terra” (Ap 21,1). Il Dio con noi è sempre il Dio che cammina davanti a noi e al nostro incontro. Lui è il futuro assoluto per la Chiesa, per la Vita Religiosa, per l’umanità e per la creazione. La speranza, che è la forza interiore della fede, permette fidarci di Dio sempre più grande e del futuro promesso da Lui.


1 Zuanazzi, 135.

2 Zuanazzi, 63-64.

Roma, dicembre 2008.