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RIFLESSIONE

Eucaristia conclusiva del centenario (15 gennaio 2009)

Abbiamo aperto l'anno centenario nella festa di San Giuseppe Freinademetz con il tema “Preziosa è la vita dedicata alla missione”. In quella occasione abbiamo riflettuto sulla sua vita missionaria - sulla vita di un missionario, cioè qualcuno che è stato letteralmente “mandato lontano”. Oggi chiudiamo l'anno centenario nella festa di San Arnoldo Janssen, promotore della missione, colui che “ha mandato” altri, la cui conoscenza teorica della missione ha provveduto alla nascita delle tre congregazioni. Oggi la nostra riflessione metterà a fuoco l'importanza di Arnold Janssen con riferimento al ruolo d'animazione e di iniziativa delle congregazioni missionarie oggi.

1. Padre Arnoldo: Il mandante, colui che invia missionari

Se l'idea “di essere mandato” è intrinseca alla comprensione di missione, Arnoldo non era un “missionario” (o inviato), ma un “missioner (o mandante)”, cioè qualcuno “che invia”. Non ha intrapreso un semplice passo fisico verso la missione fuori del proprio paese. Era piuttosto il “mandante”, colui “che invia”, colui che “pone le fondamenta”. Ciò ha importanza speciale per le comunità dei Generalati come la nostra, dove la maggior parte della nostra missione consiste tipicamente nel fondare, inviare, aprire, chiudere, trasferire, visitare e risolvere. Vorrei evidenziare tre qualità importanti di Arnoldo in questo senso. Sono:

1.1. Arnoldo: Il fondatore, persona ragionevole ed intraprendente.

Ragionevole: Padre Arnoldo è visto spesso ed occasionalmente è accusato di avere avuto molte devozioni. Ma i fatti indicano che ha esercitato moderazione, pur avendo una religiosità manifesta. Non si è ritenuto mai chiamato alla vita religiosa monastica; il suo interesse era la missione. Scrisse al suo fratello Wilhelm (Juniperus) sulla decisione di quest'ultimo di entrare fra i fratelli Cappuccini: “Poiché non la ho (i.e. questa vocazione)… invidio coloro che sono chiamati a servire Dio nella vita monastica”. Malgrado la sua grande stima per i sacramenti e la promozione della partecipazione alle celebrazioni della Chiesa, Arnold Janssen ha seguito il principio: “Non possiamo più salvare il mondo solo con i sermoni e la liturgia”.

Da giovane decise di studiare la matematica e le scienze naturali. Per lui non c’era nessun conflitto tra le due discipline. Nel comprare un terreno o nel costruire un edificio, analizzava il terreno, valutava la qualità dell'acqua, studiava l'importanza strategica del luogo e calcolava le relative prospettive future comprese le finanze. Le sue capacità di giudizio, altamente sviluppate, hanno evitato che prendesse decisioni affrettate.

La morte di Padre Freinademetz nel 1908, dovuta alla febbre tifoide, era un colpo duro per Padre Arnoldo. La sua fede diceva: “Ora abbiamo un intercessore potente”. Ma la sua mente pratica diede l’ordine di disinfettare l’ospedale in modo che la situazione non generasse più altri “intercessori”. Era pienamente ragionevole.

Intraprendente: Strettamente connesso alla sua natura ragionevole e derivante da essa è la sua personalità operosa. Per il fondatore, la missione si è trasformata nell'unica e singola forza motrice della sua vita che lo ha reso capace continuamente di superarsi e di mettere tutti i suoi talenti e risorse al servizio del regno di Dio. Arnoldo ha messo tutto ciò che era e tutte le sue risorse al servizio della missione. E per me questo è la più importante esortazione di Arnoldo per noi oggi - fare tutto ciò che possiamo al servizio del popolo di Dio. Avete mai immaginato che Arnoldo avrebbe realizzato se avesse avuto un telefonino, un calcolatore o l’Internet che siamo fortunati avere oggi? Nel suo proprio tempo Arnoldo era abbastanza ben conosciuto nella sfera ecclesiale, sociale e politica dell’Europa occidentale a causa dei suoi collegamenti e contatti. Ha avuto una vera fame di informazioni e si teneva aggiornato riguardo alla storia, la geografia e l'antropologia. Le odierne situazioni di missione sono complesse e richiedono da noi la capacità di capire ed analizzare le realtà come Arnoldo ha fatto.

1.2. Arnoldo: Il fondatore, persona che cerca e sopporta.

Nonostante tutte le sue doti positive, Arnoldo era un uomo che cercava a tentoni nel buio nel suo preoccuparsi per il futuro delle fondazioni da dove nessuna notizia positiva stava venendo. Quando il successo era lento ad arrivare e il cammino era arduo, egli sosteneva l'urto delle critiche e delle umiliazioni che qualche volta erano palesi e pubbliche. È stato sottovalutato da altri e in parte continua ad essere così persino oggi. Aveva una capacità sorprendente di sedersi con l’antipatico, di chiedere perdono se necessario e di chiarire questioni controverse. Arnoldo ha sentito profondamente la distanza e l'isolamento solitamente mostrati nei riguardi delle persone con autorità dai sudditi “rispettosi”.

Dopo aver fatto tutto ciò che possiamo, ci rimane ancora molto che non è stato fatto. Rabindranath Tagore, poeta e mistico, in uno dei suoi discorsi, narra una conversazione fra un fiore e un frutto. Il fiore chiede al frutto: “O frutto dove sei tu?” Il frutto, ancora nella sua forma primordiale, risponde: “Sono nascosto dentro di te, o fiore”. Il fiore chiede, “O frutto, quando ti vedrò?” Le risponde il frutto: “Se aspetti per vedermi, non ho nessuna possibilità”. Il fiore deve morire, fiducioso che il frutto apparirà.

La partenza dei membri con la morte o per propria volontà, gli scandali che sommergono oggi la Chiesa e la missione e il progresso penosamente lento in alcune missioni può sopraffare qualche volta la congregazione, specialmente quelli al timone. È qui che Arnoldo spicca come il modello di una nuova definizione di “successo”.

1. 3. Arnoldo: Il fondatore ottimista e incoraggiante

Padre Arnoldo è riuscito a pensare con ottimismo alle missioni anche quando le cose sul posto erano deplorevoli. Il motivo per il suo ottimismo era l'interpretazione religiosa che dava a tutto ciò che accadeva. Rilevava progressi anno dopo anno. Diceva della missione sudamericana “che è abbastanza differente in paragone con ciò che era trenta anni fa e fra trenta anni sarà ancora migliore”. L'ottimismo si mostra nella nostra capacità di lavorare in piccoli gruppi e di celebrare le piccole vittorie.

Padre Arnoldo ha dato costante appoggio ai suoi missionari e missionarie all'estero. Scriveva le lettere, scegliendo le parole con attenzione e dopo aver pregato, “dormendoci sopra” per usare le sue proprie parole. Ha spedito telegrammi ed ha colto ogni occasione per collegarsi con i suoi membri. La protezione della reputazione di altri era per lui un modo di mostrare appoggio. Dava attenzione meticolosa ai particolari nel fondare la congregazione delle suore e nell’inviarle all'estero. Insisteva nel dire che le suore dovevano avere un convento che potessero chiamare casa propria.

Cari fratelli e sorelle, fino ad alcuni anni fa sarebbe stato sufficiente per la missione d'oltremare conoscere la lingua e avere una certa formazione professionale. Oggi l'animazione della missione non consiste tanto nelle strategie con cui incoraggiamo i nostri membri ad andare alla missione, quanto nell'appoggio e nell'accompagnamento loro offerti. Ciò è particolarmente vero per le situazioni dove i nostri membri, giorno dopo giorno, sono esposti alle realtà brutte della sofferenza e della morte intorno a loro, come per esempio quelli che lavorano con le persone con il HIV e l’AIDS. L’apprezzamento e l’ascolto dati alle loro esperienze e storie quando sono in vacanze o ritornati in patria possono contribuire ad alleggerire il senso di isolamento e di mancanza di speranza. Arnoldo Janssen si distacca in modo singolare nell'accompagnamento e appoggio continui che ha dato ai suoi uomini e donne nelle missioni. Scrive al P. Neuenhofen nell'Ecuador: “Naturalmente sono interessato per la salvezza di tutta la gente; ma la mia preoccupazione per lei è maggiore”.

2. Quale è l’importanza (o il significato) della celebrazione di un centenario?

Vorrei enumerarne tre.

2.1. Stimare il presente (o valorizzazione del presente): Un viaggiatore vede un uomo che si riposa sotto un albero sull'altra riva del fiume. Grida a lui: “Come posso passare all'altro lato?” L'uomo si accorge e risponde: “SEI all'altro lato!” La celebrazione di un centenario può occasionalmente avere un simile effetto sui membri: hanno lo sguardo fisso sull'altro lato e desiderano passare fin là.

Pero guardare soltanto indietro ai bei giorni del passato con nostalgia non aiuta per due motivi. Uno: Non c’è qualcosa come “i bei giorni del passato”; questo è un mito. Due: il tempo attuale è abbastanza buono ed è in molti sensi il lavoro dello Spirito Santo. Di conseguenza, uno degli inviti del centenario potrebbe essere proprio quello di imparare a usare le risorse attualmente disponibili invece di rimpiangere il passato che non c’è più.

2.2. Rinnovamento: La celebrazione del centenario è un'esperienza di rinnovamento per i membri delle congregazioni. Rinnovamento significa una ripresa dei due impulsi della missione: l’attrazione e l'invio. Nel suo indirizzo inaugurale all’assemblea dei vescovi latino-americani a Aparecida, nel Brasile 2007, papa Benedetto XVl ha descritto l'impulso di attrazione della missione come “discepolato” e l'impulso d'invio come “attività missionaria”. Dice:

“Discepolato e missione sono come le due facce di una stessa medaglia: quando il discepolo è innamorato di Cristo, non può smettere di annunciare al mondo che solo Lui ci salva. In effetti, il discepolo sa che senza Cristo non c'è luce, non c'è speranza, non c'è amore, non c'è futuro”.

Il rinnovamento del quale parlo non è limitato ad un centro di rinnovamento o alla recita di determinate preghiere, agli articoli di fede o alle pratiche pie anche se tutte queste cose aiuteranno.

2.3. Dialogo e comunione

Ritorniamo alla storia “sull’altra riva del fiume”, esaminandola da un altro angolo: Chi è oggi la gente “sull'altra riva” per noi? Possiamo chiamarli gli interlocutori nel dialogo, le priorità congregazionali o geografiche, o i gruppi ai quali puntare. Sono gente di altre fedi e altre culture, gente costantemente esposta alla violenza e alla privazione. I capitoli generali delle congregazioni che oggi celebrano hanno appropriatamente riassunto le loro risposte alle persone “sull'altra riva” in due parole: Dialogo e comunione.

Il dialogo è molto più che tenere un incontro interreligioso di preghiera nel quale si leggono le sacre scritture delle differenti fedi o si cantano inni. Significa prendersi il tempo per sedersi insieme, dando a tutti i gruppi coinvolti la possibilità di parlare e la possibilità di ascoltare. Nel mondo profondamente diviso fra cristiani e musulmani, ora reso peggiore dalla segregazione, dalla discriminazione e perfino dalla guerra, la nostra missione deve sempre più assumere un ruolo che facilita le relazioni e il dialogo. Tutto il dialogo deve finalmente condurre alla comunione dove l'unità e l'interrelazione sono sperimentate in modo reale. Nel loro tredicesimo capitolo generale le SSpS hanno approfondito il tema della comunione descrivendola come quella qualità che riflette la vita ed il dinamismo della Trinità nelle nostre comunità. Credo che le scelte fondamentali dei capitoli generali delle nostre due congregazioni - per i Verbiti è “vivere il dialogo profetico”; per le SSpS è “vivere come testimoni interculturali, sempre aperti al apprendimento e autentici –ci indicano le direzioni nelle quali lo Spirito ci spinge oggi all’azione.

100 anni sono un lungo tempo. Nel corso degli anni abbiamo dato nuove interpretazioni alla nostra spiritualità e al nostro carisma. Le nostre comunità hanno un carattere internazionale, ma in modo differente dalla comprensione di internazionalità propria del Fondatore. La nostra spinta (o la nostra preoccupazione principale) è ancora la missione, ma quella spinta ci lancia in situazioni che il fondatore forse non avrebbe mai immaginato. Molte cose sono cambiate nel modo e nell’obiettivo, ma ciò che non è cambiato è la consapevolezza che tutta la missione è missione di Dio. La volontà di Dio era al primo posto nella vita dei nostri due Santi. Di conseguenza, insieme ai Santi Arnoldo e Giuseppe e con i nostri membri e collaboratori in tutto il mondo, vogliamo mantenere viva la convinzione che “la volontà di Dio ci porterà solo là dove la grazia di Dio ci proteggerà”.

Kudiyiruppil, Mary John SSpS.