Divine Word Missionaries

Tsunami in South-East Asia


Info & News

from the Generalate

from the Provinces

 

Back to

Members' Area

Site Map

Home


ASIA 16/1/2005 0:07
DOPO MAREMOTO: E’ VERA SOLIDARIETA’ UNA SEMPLICE MORATORIA DEL DEBITO?

Peace/Justice, Standard

Una moratoria sul ripagamento del debito dei Paesi colpiti dallo tsunami del 26 dicembre - almeno per quelli che vogliono accettarla e “fino a quando la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) non avranno compiuto una piena valutazione delle loro necessità di ricostruzione e finanziamento” - è stata decisa ieri dai 19 Paesi creditori che costituiscono il gruppo dei membri permanenti del ‘Club di Parigi’. “ Si tratta di una misura eccezionale, che si giustifica per le dimensioni della catastrofe” ha detto ieri Jean-Pierre Jouyet, presidente del ‘Club’, precisando che “ il provvedimento non è soggetto ad alcuna condizione, nemmeno ad accordi con lo Fmi e ha effetto immediato”. Del Club di Parigi fanno parte tutti i Paesi del ‘G 7’ - Francia, Canada, Germania, Giappone, Stati Uniti , Inghilterra e Italia - oltre alla Federazione Russa, altri 10 Paesi europei e l’Australia. “Posticipare di mesi il pagamento degli interessi sul debito non è la misura che può rimettere in piedi questi Paesi” ha detto alla MISNA Sergio Marelli, presidente dell’Associazione delle organizzazioni non governative (ong) italiane, commentando la notizia. "Lo ha detto il Santo Padre - ha continuato Marelli - e con lui reiteriamo la richiesta che per tutti i Paesi meno avanzati - e a maggior ragione per quelli colpiti dal maremoto - si deve procedere urgentemente a una drastica riduzione del debito verso la cancellazione totale". Già il 7 gennaio Marelli aveva chiesto che il 'Club di Parigi' decidesse la "cancellazione unilaterale" del debito. Il 1° gennaio, nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, Giovanni Paolo II aveva ricordato il problema del debito dicendo: “Il dramma della povertà appare ancora strettamente connesso con la questione del debito estero dei Paesi poveri. Malgrado i significativi progressi sinora compiuti, la questione non ha ancora trovato adeguata soluzione”. Ed aveva aggiunto che erano trascorsi 15 anni da quando aveva cominciato a richiamare l'attenzione sull' importanza di risolvere la drammatica questione. In particolare sulla questione delle popolazioni colpite dal maremoto, già il 26 dicembre, la MISNA aveva diffuso la seguente notizia: "Subito dopo l'Angelus di oggi, riferendosi al sisma e al maremoto senza precedenti che ha sconvolto una vasta parte del pianeta - provocando dall'Indonesia alle Maldive un'incalcolabile numero di migliaia di morti e dispersi oltre a milioni di senza tetto - in base alle notizie disponibili fino a mezzogiorno, papa Giovanni Paolo II ha detto: 'La festa del Natale è stata rattristata dalle notizie che giungono dal Sud-Est dell'Asia per il forte terremoto che ha colpito l'Indonesia con conseguenze in altri Paesi, come lo Sri Lanka, l'India, il Bangladesh, il Myanmar, la Thailandia, la Malesia e le Maldive. Preghiamo per le vittime di questa immane tragedia ed assicuriamo la nostra solidarietà per quanti soffrono, mentre auspichiamo che la comunità internazionale si adoperi per portare sollievo alle popolazioni colpite'."

"Come i creditori hanno ritenuto di poter procedere a una cancellazione del debito iracheno – aveva affermato il 1° gennaio in un comunicato la Fondazione Giustizia e Solidarieta' (Fgs), l'organismo promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana (Cei) per dare continuita' alla Campagna giubilare contro il debito estero- e' doveroso affrontare la situazione finanziaria dei paesi colpiti dal maremoto (….) la solidarieta' di questi giorni dovra' essere comunque duratura, per assicurare adeguati finanziamenti per la ricostruzione, erogati in condizioni di sostenibilità, cioe' con una forte componente di dono e una minore componente di nuovi prestiti”. Successivamente, alle prime notizie relative alla moratoria proposta a Londra dai soli ‘G 7’ la settimana scorsa, il direttore della Fgs, l’economista Riccardo Moro, aveva aggiunto: “Questi annunci non sono utili per costruire consenso, sembrano funzionali alla gara per apparire più generosi in modo non costoso e possono avere ripercussioni sui debiti dovuti verso privati. Il congelamento dei debiti e le seguenti riduzioni sono un atto necessario, ma non sostituiscono in alcun modo la necessità di adeguati contributi finanziari freschi". Moro aveva quindi auspicato che il Club di Parigi raggiungesse un accordo per il congelamento di due anni del debito di tutti i paesi coinvolti dal sisma "chiarendo che si tratta di congelamento proposto dai creditori e non di moratoria richiesta dai debitori; i debitori cioè non dovranno subire ripercussioni negative sui loro debiti verso i privati, particolarmente rilevanti per questi Paesi, le cui condizioni potrebbero aggravarsi se apparisse l'immagine di una loro incapacità di pagamento, cioè di una loro possibile o aumentata insolvenza." Secondo le prime notizie successive alla decisione di ieri sera, e in particolare in base a una dichiarazione del ministro delle Finanze francese Herve Gaymard, la semplice moratoria decisa dal Club di Parigi finirebbe con l’essere accettata solo da Seychelles, Sri Lanka e Indonesia. Il ministro degli Esteri indonesiano Hassan Wirajuda aveva già manifestato apprezzamento per la prospettiva riguardante la gestione del debito aggiungendo però che il suo Paese aveva anche una grande necessità di aiuti sotto forma di vere e proprie donazioni. Attivo dal 1956, il Club di Parigi si autodefinisce una ‘non istituzione’ e tiene a sottolineare la sua natura di ‘gruppo informale’ impegnato a trovare ‘soluzioni coordinate e sostenibili alle difficoltà di pagamento dei Paesi debitori’. In totale , il Club ha concluso finora 386 accordi con 80 Paesi debitori; dal 1983 il totale dei debiti trattati ha raggiunto i 468 miliardi di dollari.

“Alla fine del 2003 gli 11 Paesi colpiti dallo tsunami - ha scritto Antonio Tricarico della 'Campagna per la riforma della Banca mondiale' in un articolo precedente la decisione di ieri - avevano un debito di 406 miliardi di dollari ed hanno ripagato ai governi del Nord ben 38 miliardi nel solo 2003, considerando che dal 1980 il loro debito è aumentato di cinque volte complessivamente e da allora i ripagamenti hanno totalizzato ben undici volte il valore originario nel 1980. Fino ad oggi ci sono stati più di 4 miliardi di dollari di impegni in aiuti per l'emergenza tsunami da parte delle istituzioni internazionali e dei governi occidentali. Di fronte all'onda inarrestabile del debito, si tratta senza dubbio di molto poco. Soltanto una cancellazione incondizionata del debito dei paesi colpiti dal maremoto, affidando alle organizzazioni sociali il controllo dei fondi liberati in questo modo, sarebbe una risposta adeguata alla scala del disastro che stiamo vivendo. Altrimenti tutti gli aiuti prima o poi non faranno altro che ritornare nelle casse dei governi occidentali sotto forma di ripagamento del debito”. In particolare a proposito dell’Indonesia, il Paese più colpito dal maremoto, Tricarico sottolinea che il Club di Parigi ha trattato “ solamente dei 32 miliardi di debiti che l'Indonesia deve ai paesi ricchi, ma non dei 28 miliardi di debito multilaterale dovuto a Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, per non parlare degli ulteriori 70 miliardi di debiti privati.” Tricarico aggiunge: “La società civile internazionale oggi rigetta la legittimità del Club di Parigi a trattare una questione così cruciale, dal momento che il Club di fatto impone da più di vent'anni le sue decisioni al singolo paese debitore e non permette lo svolgersi di un vero negoziato equo e trasparente con un arbitro indipendente (...) i movimenti sociali indonesiani chiedono, invece, una conferenza speciale, gestita in maniera indipendente, per discutere la legittimità di tutto il debito del proprio paese su iniziativa del governo di Jakarta.” Tra i cinque principi a cui il Club dichiara di conformare la propria azione, a parte il “caso per caso”, il “consenso”, la “ paragonabilità di trattamento” e la “condizionalità” ( ovvero il rispetto di determinate condizioni), il quarto è la “solidarietà”. Nella parte conclusiva del comunicato diffuso dopo la seduta di ieri, il gruppo dei Paesi ricchi afferma che alla luce delle valutazioni dello Fmi e della Banca Mondiale “ e in consultazione con i Paesi interessati, i creditori del Club di Parigi prenderanno in considerazione quali altri passi sono necessari” e aggiunge che “ la risposta precisa sarà determinata in base alle richieste individuali valutando la situazione di ciascun Paese”. Sono parole che, per quanto vaghe, autorizzano ancora una piccola speranza? E cioè che prima o poi, oltre al rispetto degli altri quattro principi, anche quello della solidarietà acquisti maggiore concretezza? Così come è stata annunciata, almeno per ora, la moratoria non sembra davvero dare molta sostanza a quel sacrosanto e fondamentale quarto principio, l’unico che, almeno di fronte a eventi di questa portata, dovrebbe davvero contare. (Pietro Mariano Benni)

[MB]


ITALY 16/1/2005 0:51
DOPO MAREMOTO: “PARZIALE” LA RISPOSTA DEL CLUB DI PARIGI

Politics/Economy, Standard

Ci saremmo aspettati qualcosa di più. La riunione del Club di Parigi, che riunisce le nazioni ricche creditrici, ha affrontato la questione del debito dei paesi colpiti dallo tsunami senza ancora risolverla. È stato approvato un congelamento unilaterale dei pagamenti sino al momento in cui Banca mondiale e Fondo Monetario Internazionale (Fmi) avranno valutato per ogni paese le necessità finanziarie collegate all’emergenza e alla ricostruzione, con l’intesa che le cifre dovute nel periodo del congelamento saranno poi pagate in cinque anni, dopo un primo anno di grazia. Dopo la valutazione delle necessità, ogni paese che ne faccia richiesta potrà discutere con il Club le modalità di eventuale ristrutturazione, cioè di una vera e propria riduzione e non solo di un congelamento, secondo i termini “tradizionali” del Club. Il Club avrebbe concordato a questo proposito, inoltre, che non si avvarrà della clausola di “comparabilità di trattamento”, cioè che non porrà come condizione la ristrutturazione dei crediti detenuti da soggetti esterni al Club. Ciò significa dire che non è venuta meno la capacità di pagamento dei debitori, evitando così ripercussioni negative sui debiti verso privati, il cui mercato reagisce facilmente, aumentando l’onerosità dei prestiti a rischio, a segnali di minore credibilità finanziaria. Nei giorni scorsi avevamo chiesto comunicazioni rigorose e definitive in merito alla questione, inoltre avevamo auspicato un congelamento unilaterale di due anni senza capitalizzazione degli interessi. Soprattutto avevamo parlato di congelamento per permettere una valutazione adeguata e una programmazione delle necessità finanziarie e un coordinamento degli aiuti, sia per il reperimento delle risorse, sia per la loro gestione. La risposta del Club è stata parziale. Non affronta la questione della capitalizzazione e pone come termine temporale del congelamento il momento della valutazione finanziaria di Banca e Fondo. Quindi affida alla richiesta dei singoli paesi debitori la discussione su un’effettiva ristrutturazione. Questi però hanno caratteristiche e necessità molto diverse fra loro, per reddito e per peso del debito. È immaginabile che solo alcuni, soprattutto Sri Lanka e Indonesia, si avvarranno della possibilità di una ristrutturazione. Gli altri potrebbero preferire lo status quo per evitare di pagare di più i debiti verso privati o di non poter accedere a nuovi prestiti in futuro. Non sarebbe la prima volta.

In questo quadro, rimangono aperte tre questioni. La prima è quella delle effettive necessità. Chi le deve valutare? Visto il ruolo di coordinamento affidato alle Nazioni Unite perché ci si deve attenere alle valutazioni finanziarie di Banca e Fondo? Come saranno collegate a quelle delle Nazioni Unite? Ma, soprattutto, quale sarà il ruolo dei governi locali in questo quadro? Non dovrebbe competere ad essi la programmazione della ricostruzione e il calcolo del fabbisogno finanziario, quali veri protagonisti che si avvalgono della consulenza delle istituzioni internazionali, ma non delegano ad esse le proprie responsabilità? Le valutazioni delle necessità finanziarie non sono attività “tecniche” neutre. Chi decide se si costruisce prima la scuola per i bambini o l’albergo per i turisti? La questione ancora una volta è politica e, ancora una volta, richiede la partecipazione della società civile locale se si vuole assicurare trasparenza in modo autentico. La seconda è quella dei debiti verso i soggetti multilaterali, cioè proprio verso Banca mondiale e Fmi. Il Club di Parigi si occupa solo di coordinare i rapporti bilaterali dei membri con i singoli debitori. Occorre farsi carico al più presto dei debiti multilaterali. Sinora Banca e Fondo hanno proposto solo le loro agevolazioni per nuovi finanziamenti a costo minimo previsti in caso di disastri naturali. Ma sono nuovi debiti, la cui sostenibilità non può essere valutata in modo avulso dal contesto complessivo.La terza riguarda la procedura da applicare per sviluppare la discussione. Sinora sono i creditori che su richiesta del debitore “concedono” una riduzione, perché questo non è in grado di pagare. Perché non cogliamo l’occasione per sperimentare l’ipotesi di un processo di arbitrato trasparente partecipato da tutti gli attori in gioco: governi debitori e creditori, società civile locale, istituzioni multilaterali e, come uditori, banche private? La discussione esaminerebbe le caratteristiche dell’indebitamento (una parte del debito indonesiano è il debito “odioso” contratto da Suarto), le necessità finanziarie della ricostruzione e concorderebbe le conseguenti dimensioni delle cancellazioni. Il tema dell’arbitrato è un tema che la comunità internazionale ha momentaneamente accantonato, ma non può permettersi di ignorare. La speciale situazione può permettere qualche sperimentazione in questa direzione. In conclusione il congelamento è positivo ma non basta. Occorre che segua la discussione sulle cancellazioni, attraverso un percorso di valutazione partecipato che veda un protagonismo locale. Occorrono ulteriori fondi. Il denaro disponibile con le cancellazioni è solo una parte di quello effettivamente necessario per la ricostruzione. Occorre rafforzare gli strumenti procedurali per gestire le crisi e prevenirle. Come avviene nei caso dell’iniziativa HIPC( Paesi altamente indebitati) pur con tutti i suoi limiti, l’applicazione di una procedura condivisa dà credibilità ai paesi che beneficiano di cancellazioni, anziché danneggiarli.

(Riccardo Moro, economista, direttore della Fondazione Giustizia e Solidarietà (Fgs), lorganismo promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana (Cei) per dare continuità alla Campagna giubilare contro il debito estero)

[CO]


ASIA 16/1/2005 2:02
DOPO MAREMOTO: "PIANIFICARE PER RICOSTRUIRE MEGLIO PER I PIU’ POVERI"

Politics/Economy, Standard

"Le popolazioni dei Paesi asiatici devastati dallo tsunami potranno trarre profitto dagli aiuti che riceveranno a condizione che la ricostruzione sia davvero ben pianificata, ma il problema è che in generale è la logica dei donatori a dominare questi processi": lo dice alla MISNA Gianni Rufini, esperto di aiuti umanitari internazionali e presidente di Fields, rete europea di formazione del settore, con sede a Roma. "La logica dei donatori – continua Rufini– è quella dei risultati politici, delle esigenze del mercato globale e degli equilibri strategici ". Per quanto riguarda le somme promesse dalla comunità internazionale, Rufini– docente presso le università di Roma (La Sapienza), Parigi (La Sorbona) e Inghilterrra (York)– si dice convinto che " in realtà verrà versato un quarto, un sesto o addirittura un decimo del previsto. Allo stesso tempo, però, si tratta di un’occasione di investimento di nuovi fondi e quindi di uno stimolo alla crescita. L’importante sarà pianificare per poter ricostruire in modo migliore". Per Rufini, "ricostruire in modo migliore" significa garantire ai più povere, che hanno perso tutto nel maremoto, uno stile di vita più sano di prima, infrastrutture meno vulnerabili, abitazioni più solide, in zone più sicure, e strade transitabili. Ieri mattina il responsabile finanziario della Banca asiatica per lo sviluppo, Ifzal Ali, ha dichiarato che la povertà è la conseguenza più importante del recente disastro naturale e che circa due milioni di persone rischiano di diventare del tutto indigenti, la metà delle quali in Indonesia. Dopo la decisione dei 19 Paesi del Club di Parigi di una moratoria per le nazioni investite dallo tsunami, Rufini dice: "È il minimo che il Club di Parigi poteva fare, ma non è sufficiente. È una misura che offre soltanto un beneficio superficiale e momentaneo ma non risolve affatto l’enorme perdita di risorse subita. Servirebbe invece l’annullamento puro e semplice del debito, come già hanno sottolineato molti osservatori". Per quanto riguarda le ripercussioni dello tsunami sull’opinione pubblica e sul mondo dei media, Rufini sostiene che "a oltre due settimane dal disastro, i giornali non gli dedicano più le prime pagine e l’interesse comincia poco a poco a scemare. Positivo è che oggi il grande pubblico conosce Aceh, provincia settentrionale dell’Indonesia nell’isola di Sumatra, vicina all’epicentro del sisma, e sa che lì è in corso una guerra tra Giakarta e i ribelli del Gam, Movimento per Aceh libera; così come sa che nel nord e nell’est dello Sri Lanka c’è la guerriglia delle ‘Tigri per la liberazione della patria tamil’. Se in passato difficilmente i giornali davano spazio a notizie provenienti da questi Paesi, in futuro sarà più facile per le organizzazioni non governative mantenere un certo grado di sensibilità, che favorirà la raccolta dei fondi". (a cura di Véronique Viriglio)

[LM]


ASIA 16/1/2005 2:53
DOPO MAREMOTO: LA GEOPOLITICA DEGLI AIUTI

Politics/Economy, Standard

"Gli aiuti internazionali alle vittime del maremoto del 26 dicembre scorso sono sia una normale e giusta azione di solidarietà sia, non possiamo negarlo, un preciso strumento politico ed economico". Lo sostiene Alessandro Corneli, docente di relazioni internazionali all’Università Luiss di Roma ed esperto di questioni asiatiche, intervistato dalla MISNA a proposito degli aiuti destinati da alcuni Paesi agli Stati colpiti dalla recente tragedia. "Ci sono nazioni come Giappone e Australia – prosegue – che, trovandosi nella stessa area geografica, sono più interessate di altre alla ripresa economica delle località danneggiate dallo tsunami, perché se uno Stato subisce un collasso finanziario finisce per causare un danno a se stesso e agli altri". Il docente sottolinea che gli aiuti non servono solo per l’emergenza immediata, come la fornitura di cibo o la ricostruzione di abitazioni, ma, nel lungo termine, hanno ricadute positive sui donatori stessi: "Il Giappone, che ha una lunga esperienza in fatto di terremoti, si è già detto interessato a fornire alle vittime della catastrofe sistemi di allerta per la rilevazione di movimenti sismici, e una simile proposta è arrivata anche dalla Germania. Ovviamente – puntualizza l’intervistato – il ragionamento non è ‘ti aiuto perché poi tu possa ricomprare qualcosa da me’, ma è interesse di tutti che le nazioni a rischio sismico acquistino le attrezzature necessarie dal Giappone e non, poniamo, dal Brasile, che di questa materia non è esperto". È stato detto in questi giorni da vari osservatori internazionali che Tokyo e Bonn si stanno interessando in modo particolare alle vittime dello tsunami anche in vista della possibile conquista di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. "È difficile fare una buona azione assoluta e pura – è il commento di Corneli - e senz’altro sia il Giappone sia la Germania, mettendo in moto la macchina degli aiuti, vogliono dimostrare di essere in grado di risolvere in modo efficace problemi internazionali e di avere le carte in regola per ottenere quel seggio. Del resto la diplomazia non è né l’arte dell’inganno né quella della purezza". Tra i Paesi che si sono affrettati a predisporre aiuti non si è distinta la Cina, che secondo alcuni avrebbe perso così un’occasione per riconfermarsi nel ruolo di potenza egemone dell’area, mentre secondo altri starebbe intervenendo comunque nelle zone raggiunte dal maremoto con interventi di basso profilo e in qualche modo più ‘silenziosi’. "Sono vere entrambe le cose – replica Corneli – perché, se Pechino avesse messo sul piatto della bilancia un consistente intervento a favore delle vittime, avrebbe alimentato la propria immagine di crescente super-potenza, ma questo non le serve né ha fretta di farlo. D’altra parte va ricordato che, in fatto di aiuti, la Cina ha più esperienza come Paese ricevente, nelle varie catastrofi naturali che l’hanno colpita negli anni, piuttosto che come donatore. Probabilmente si è trattato anche di semplice buon senso delle autorità cinesi, che sanno di non avere particolari mezzi tecnici per intervenire in casi come questi". Tuttavia il docente rileva che si può essere utili in molti modi ai Paesi vicini e, a questo proposito, rievoca la crisi valutaria che travolse alcuni Stati asiatici alla fine degli anni Novanta: "Pechino aiutò i ‘vicini di casa’ non svalutando la propria moneta: anche questo è uno strumento di intervento". Sulla presenza degli Usa nei territori della catastrofe, è stato annotato da diversi osservatori - e sostanzialmente ammesso dalla stessa Washington - che la decisione può contribuire a migliorare l’immagine degli Stati Uniti, bollati come ‘nemici dell’Islam’ da una parte della popolazione mondiale dopo le guerre in Afghanistan e Iraq. "Gli Usa – afferma Corneli – erano già presenti da tempo in Asia: hanno basi militari in Giappone e Corea del Sud e negli ultimi tempi stanno tornando in forze in Vietnam con significativi interventi economici. Semmai stavano perdendo quota nei confronti delle grandi potenze locali, Cina, India e Giappone, e il tragico evento si è trasformato in un’occasione per riacquistare terreno e dire ‘ci siamo anche noi’". Al docente sembra inoltre di aver individuato una sorta di gara a due tra Stati Uniti e Onu nella corsa agli aiuti. "Inizialmente Washington ha fatto un passo avanti, dimostrando di essere più veloce dell’Onu nella gestione e nell’invio degli aiuti; poi ha fatto un passo indietro, chiedendo che siano le Nazioni Unite a coordinare i soccorsi". Alcuni si sono poi chiesti se gli Stati Uniti abbiano scelto di intervenire nella provincia occidentale indonesiana di Aceh anche perché si tratta di un territorio ricco di risorse naturali, in particolare gas e petrolio. "Innanzitutto bisogna ricordare che Aceh, nell’isola di Sumatra, è stata la località in assoluto più colpita dal maremoto e quindi necessita del maggior numero di aiuti. Ma non mi stupirebbe se l’intervento statunitense, così come quello australiano e tedesco, fosse dettato anche da ragioni legate alla presenza nel sottosuolo di risorse naturali, che peraltro sono in grado di attirare l’attenzione di qualsiasi altro Paese della zona. Non a caso – continua il docente - i guerriglieri separatisti di Aceh rivendicano dal 1976 l’autonomia dal governo centrale, sostenendo che le risorse naturali della provincia vengono sfruttate da Giakarta senza un adeguato ritorno economico per i residenti". Sul ruolo dell’Australia, l’esperto di questioni asiatiche rammenta che, negli anni passati, Canberra "ha vissuto una fase di isolamento, da cui si è smarcata dopo la caduta della dittatura di Suharto in Indonesia e l’indipendenza di Timor Est, alla fine degli anni Novanta; da allora si è sentita sempre più coinvolta nelle dinamiche dell’intera regione, sia perché si sono intensificati i commerci con i Paesi del Pacifico, a scapito della corsia preferenziale che aveva stabilito in passato con la Gran Bretagna, sia perché sono arrivate sulle sue coste forte ondate migratorie dagli Stati asiatici". In definitiva, però, Corneli non ritiene che il maremoto abbia scombinato gli equilibri della regione, dando vita a una mappa geopolitica tutta nuova. "La Cina – sostiene – continua a intrattenere i rapporti economici di sempre con gli altri Paesi asiatici; l’India ha intenzione di stipulare accordi per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi con Bangladesh e Myanmar, e questo genere di relazioni economiche e politiche non si fermerà. Pechino, Tokyo e New Delhi, quest’ultima distintasi per aver rifiutato gli aiuti internazionali, sono e restano le grandi potenze dell’area e sono convinto che proseguiranno nella loro espansione superando l’emergenza del momento". (a cura di Luciana Maci)

[LM]


SRI LANKA 16/1/2005 5:01
DOPO MAREMOTO: PRESIDENTE ‘SARVODAYA’, “I POVERI, PRIME VITTIME DELLO TSUNAMI”

General, Standard

Questa tragedia ha colpito soprattutto i poveri, anzi, solo loro: i ricchi non ne sono stati toccati, a parte quelli che si trovavano nei costosi alberghi delle località turistiche. Ora bisogna pensare innanzitutto ad aiutare gli strati più bisognosi della popolazione colpita dallo Tsunami”. Parla lentamente A. T. Ariyaratne, fondatore e presidente del ‘Sarvodaya Shramadana Movement’, la più antica e diffusa organizzazione dello Sri Lanka, presente in oltre 8.000 villaggi dell’isola. Da quasi quarant’anni il movimento cerca di innescare una serie di processi di sviluppo per la creazione di reti di mutuo aiuto tra le comunità di villaggio. Subito dopo l’impatto dell’onda anomala sulle coste cingalesi, il ‘Sardovaya’ si è immediatamente mobilitato a favore delle popolazione disastrate: “È un danno senza precedenti che richiede un altrettanto inedito sforzo. Temiamo - dice A. T. Ariyaratne alla MISNA, che lo ha raggiunto telefonicamente a Colombo - che le vittime possano essere più delle circa 30.000 stimate fino ad ora e soprattutto cerchiamo di rivolgerci a chi ha più bisogno”. Cioè donne e bambini: una delle urgenze riguarda la distribuzione di reti per proteggere i più piccoli dalle zanzare, molto presenti in tutta la fascia costiera, spiega il presidente dell’organizzazione, per la quale lavorano 40.000 persone a tempo pieno e che coinvolge in tutto quasi 3 milioni di cittadini in Sri Lanka. “Il governo ha annunciato una serie di interventi, ma non sappiamo ancora in che modo intende organizzarsi. Per questo è necessario che la società civile si attivi: da parte nostra pensiamo soprattutto a garantire ai pescatori strumenti per riprendere il proprio lavoro e alle famiglie una casa dove alloggiare” aggiunge A. T. Ariyaratne, un buddista che fu tra i primi a rilanciare in Sri Lanka gli insegnamenti del Mahatma Gandhi per un cambiamento della società con il metodo della non-violenza. “Non credo che gli aiuti debbano essere gestiti dal governo: come organizzazioni della società civile siamo più indipendenti e trasparenti. Vogliamo però cooperare in stretto contatto con gli amministratori ma non con i politici” sottolinea il presidente del ‘Sardovaya’ (una parola composta da ‘Sarva’, che in sanscrito significa ‘abbracciando tutti’ e ‘Udaya’, ‘risveglio’). Ariyaratne pone anche il problema della gestione degli aiuti: in Sri Lanka ne stanno arrivando enormi quantità: “Come si fa a garantire che questi fondi vengano spesi secondo le intenzioni dei donatori? Occorrono meccanismi di controllo e verifica, come quello proposto dalle Nazioni Unite”. “Ieri – spiega ancora alla MISNA - abbiamo distribuito libri, quaderni e penne a 50.000 bambini perché le scuole devono assolutamente riaprire al più presto”. Per ora gran parte degli edifici scolastici delle zone danneggiate dall’onda maledetta sono stati trasformati in centri di accoglienza per profughi o in ospedali da campo. Dalla tragedia dello tsunami, tuttavia, possono anche germogliare frutti di speranza: “Mi sono recato in diverse zone nel nord sotto il controllo delle ‘Tigri’ dell’Esercito di liberazione della patria Tamil (Ltte), dove ho trascorso con gli sfollati la notte del 31 dicembre” racconta ancora Ariyaratne, che ha 74 anni. “A Jaffna, Trincomalee, Batticaloa ho visto una buona cooperazione tra esercito e ribelli nella gestione degli aiuti e dell’assistenza alla popolazione”. Ne può nascere un’opportunità per la pace? “Certamente, molto più ora nell’emergenza che in lunghe trattative politiche”. (a cura di Emiliano Bos)

[EB]


ASIA 16/1/2005 6:02
DOPO MAREMOTO: BANCA ASIATICA PER SVILUPPO, DUE MILIONI DI POVERI PER TSUNAMI

Politics/Economy, Brief

Rischia di provocare anche due milioni di nuovi poveri – di cui la metà nella sola Indonesia - lo tsunami che lo scorso 26 dicembre ha ucciso almeno 150.000 persone nel sud-est asiatico: è questo “l’enorme” impatto ipotizzato dalla Banca asiatica per lo sviluppo in uno studio socio-economico presentato oggi a Manila. “La povertà è potenzialmente l’effetto più importante di questo disastro naturale” ha detto il responsabile finanziario della Banca, Ifzal Ali, secondo cui le conseguenze del maremoto si abbatteranno soprattutto sulle fasce più povere della popolazione mentre a livello generale l’economia della regione avrà ricadute minime e in alcuni casi persino dei benefici. Il numero di poveri – stando alle proiezioni dell’istituzione finanziaria di Manila – potrebbe crescere di circa 645.000 unità in India e 250.000 in Sri Lanka; nelle Maldive, dove l’onda lunga ha sommerso le abitazioni di metà popolazione, oltre il 50% degli abitanti potrebbe trovarsi in povertà. L’indagine ricorda che già prima del devastante cataclisma circa 300 milioni di persone nel sud-est asiatico vivevano sotto la soglia di povertà, cioè con una cifra compresa tra 25 e 78 centesimi di dollaro al giorno. Ali ha espresso anche alcune riserve sulla moratoria del debito annunciata ieri dai 19 Paesi creditori del Club di Parigi, sulla quale “occorre almeno una parola di cautela”. Secondo il l’economista della Banca asiatica questo provvedimento si addice meglio a Sri Lanka e Maldive – dove l’impatto dello tsunami sull’economia rallenterebbe la crescita – mentre per grandi Paesi come l’Indonesia e la Thailandia l’annullamento del debito “può portare immediato sollievo, ma manda anche un forte messaggio negativo ai mercati”.

[EB]


MAURITIUS 16/1/2005 7:07
DOPO MAREMOTO: NUOVA ATTENZIONE AI PROBLEMI DELLE ‘ISOLE STATO’

General, Brief

I rappresentanti di circa 40 piccole ‘isole-nazione’ del sud del mondo, inclusi una ventina di capi di Stato e di governo, si sono riuniti oggi a Port Louis, nell'arcipelago della Mauritius, per partecipare al meeting internazionale organizzato dalle Nazioni Unite e focalizzato sul programma di azione per il loro sviluppo sostenibile. Il vertice, previsto da tempo, sarebbe passato sostanzialmente inosservato se il maremoto che il 26 dicembre scorso ha sconvolto l'intero sud est asiatico arrivando a far danni fin sulle coste orientali africane (dopo aver attraversato da parte a parte l'Oceano Indiano) non avesse attirato l'attenzione su questi piccoli Paesi. "Lo Tsunami ha lanciato un allarme globale soprattutto nei confronti delle piccole isole dell'Oceano Indiano che sono molto meno attrezzate di quelle del Pacifico nel fronteggiare disastri e catastrofi naturali come terremoti e maremoti" ha detto Francois Coutu, responsabile dell'informazione per l'Onu, sottolineando la necessità di approfittare dell'attenzione internazionale per raccogliere fondi e avviare partnership con cui realizzare programmi di prevenzione e di allerta in casi di disastri naturali. Tra i temi discussi oggi anche quello della costruzione in mare di un muro in grado di attenuare gli effetti degli tsunami. Secondo alcuni esperti, proprio una costruzione del genere avrebbe contribuito a far registrare danni relativamente bassi alle Maldive, che, in seguito al maremoto del 1997, si dotarono di una sorta di muro composto da strutture piramidali frangiflutti. "La struttura non ha potuto impedire che il maremoto del 26 dicembre scorso inondasse Male, ma senza quella struttura la metà della città sarebbe stata probabilmente distrutta" ha detto durante la riunione di Port-Louis Mohamed Latheef, rappresentante delle Maldive all’Onu.

[MZ]


Copyright © MISNA
Riproduzione libera citando la fonte.
Inviare una copia come giustificativo a:
Redazione MISNA
Via Levico 14
00198 Roma
misna@misna.org