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Indice

Introduzione

Spiritualità della riconciliazione

Preghiera ecumenica per la pace


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“Non basta parlare di pace.
Bisogna credere in essa
E non basta credere in essa:
bisogna lavorare per la pace”.

(Eleanor Roosevelt)

Carissimi,

Ogni anno, le Nazioni Unite, il 21 settembre, invitano tutti ad una veglia internazionale per la pace.

Ogni anno, il Papa, nel suo messaggio del primo gennaio, prega per la pace e invita tutta l’umanità ad impegnarsi per essa.

Il Consiglio Ecumenico delle Chiese (WCC) ha proclamato il periodo dall’anno 2001 fino all’anno 2010 come “ il Decennio per superare la violenza”.

Le Chiese in cerca di riconciliazione e di pace.

Il vescovo luterano, Margot Kässmann, dice in un messaggio, che le Chiese – più che in un lavoro intellettuale e in altri lavori concreti per la pace – “devono celebrare servizi religiosi che testimoniano una vita di comunione nella Cena del Signore. Si dovrà creare liturgie che diano spazio alle vittime della violenza per esprimere il loro pianto e il loro dolore. – liturgie che sanno esprimere nello stesso tempo, con speranza, il futuro di Dio e lasciano intravedere che la non-violenza, nonostante tutto, è sempre stata una realtà nella Bibbia e nella storia dell’umanità”.

Il tema centrale di Giustizia, di Pace e d’Integrità del Creato di quest’anno sarà: La Pace e Riconciliazione.

Pace – “Shalom”, non è semplicemente mancanza di violenza – anche questo – in un mondo attuale di 30 conflitti armati, sarebbe già una grande cosa! “Shalom” – questa parola esprime soprattutto il bene di tutta la persona, anche il modo di vivere e di convivere: Aver la vita e averla in abbondanza, come dice San Giovanni nel suo Vangelo (Gv.10,10).

Per questo il materiale di quest’anno verte in modo particolare sulla: violenza, tolleranza e riconciliazione.

Con un articolo sulla “Spiritualità della riconciliazione” vorrei invitarti a riflettere sulle tue disponibilità verso gli altri. Forse, la lettura ti potrà portare a fare qualche passo di pace e di riconciliazione nel tuo gruppo o nella tua comunità.

Miguel Heinz svd

Più informazione sul tema trovi sul sito
http://www.svdcuria.org/public/jpic/index.htm


Spiritualità della riconciliazione

La radice biblica per una spiritualità di riconciliazione

l fondamento biblico per comprendere la riconciliazione affonda le sue radici soprattutto in racconti, come gli episodi d’Esaù e Giacobbe, e di Giacobbe e i suoi fratelli nella Genesi, oppure il racconto del figlio prodigo nel Vangelo di Luca. S. Paolo è la persona che parla di riconciliazione in modo più diretto. Vorrei iniziare suggerendo cinque principi che scaturiscono dalle sue riflessioni, basati soprattutto su 2 Cor 5, 17 20.

La riconciliazione è prima di tutto e soprattutto opera di Dio.

Noi crediamo che la salvezza viene da Dio e non dai nostri sforzi. Ciò che è chiaro nell'opera di riconciliazione, specialmente della riconciliazione sociale, è che la portata del danno è tale da trascendere qualsiasi sforzo umano per poterlo correggere. Soltanto Dio ha il potere di risolvere qualunque situazione. Noi siamo semplici agenti dell'opera di Dio "ambasciatori dell'amore di Cristo". Solo vivendo in comunione con Dio possiamo capire come Dio guarisce il mondo. Per questa ragione, la riconciliazione è più spiritualità che strategia. Pensare diversamente porterebbe ad un indebolimento fisico e psicologico allorché gli sforzi per la riconciliazione vengono meno (come spesso accade).

L'opera di riconciliazione di Dio inizia con la vittima

Ordinariamente concepiamo la riconciliazione in questo modo: il colpevole si pente e implora il perdono della vittima. La vittima perdona il colpevole e allora avviene la riconciliazione. Questa è un'idea meravigliosa, ma in realtà il colpevole spesso non si pente. A volte i colpevoli credono di non aver fatto niente di male (governanti autoritari spesso affermano questo). Altre volte il colpevole non è nemmeno presente o identificabile (il colpevole può essere morto o addirittura sconosciuto). Come rimane la vittima? Giova alla vittima dipendente dalla capacità del colpevole arrivare al pentimento? La vittima non è tenuta prigioniera fino al momento che forse mai arriverà? Questo è il motivo per questo, intendendo così la riconciliazione, crediamo che Dio inizi con la vittima. Dio guarisce la vittima risanando l'umanità che il colpevole ha strappato alla vittima considerandole un semplice oggetto (nei casi di stupro o di traffico di sesso) oppure una non persona (nei casi di sequestro o di popolazioni costrette a lasciare la loro terra). Che Dio inizi con la vittima fa parte della nostra comprensione di un Dio che s’interessa della vedova e dell'orfano, del forestiero e del prigioniero. Non tutte le vittime sono capaci di accettare quest’offerta di guarigione, ma che l'offerta di guarigione ci sia rivela l'essenza profonda della conoscenza cristiana della riconciliazione.

Dio fa della vittima e del colpevole una "nuova creatura".

Essere guarito dal trauma del passato, oppure essere perdonato per ciò che si è commesso, non vuol dire ritornare alle situazioni prima del conflitto o del trauma avuti. Questo renderebbe banale il danno causato dal male. In entrambi i casi 'guarigione e perdono', la vittima e il colpevole si trovano in una nuova situazione, una situazione che non avrebbero potuto prevenire. La guarigione arriva come una sorpresa. Per la vittima, la riconciliazione è più che farsi alleviare il peso del passato. Vuol dire iniziare ad entrare in una nuova situazione e avere la visione di un mondo diverso da questo mondo. Per questa ragione, i processi della riconciliazione sociale sono meglio condotti da persone che hanno fatto tale esperienza di guarigione, poiché possono vedere ciò che il resto di noi non può.

Collochiamo la nostra sofferenza nella storia della passione, morte e resurrezione di Cristo.

La sofferenza in sé non nobilita; lasciata a se stessa, essa distrugge le persone e società. Solo quando si inserisce in uno spazio sociale nuovo e all'interno di una rete di relazioni essa diventa sublime e anche redentiva. Come cristiani, noi situiamo la storia della nostra sofferenza nella storia della passione, morte e resurrezione di Gesù. Questo si coglie bene nella lettera ai Filippesi 3,10, nella quale Paolo dice che desidera conoscere Cristo e conformarsi al potere della sua morte, in modo da poter sapere anche della potenza della resurrezione di Cristo. La storia di Gesù costituisce la cornice che dà significato e speranza a chi cerca di liberarsi dalla loro sofferenza.

La piena riconciliazione avverrà solo quando Dio sarà tutto in tutti.

Gli inni che aprono le lettere agli Efesini e ai Colossesi ci ricordano che la riconciliazione che noi sperimentiamo ora non è completa. Sarà completa soltanto quando Cristo avrà riconciliato a sé tutte le cose. Nell'opera di riconciliazione, ci viene ricordato la differenza tra ottimismo e speranza. L'ottimismo nasce dalla fiducia che noi abbiamo in ciò che siamo in grado di compiere. La speranza è la fiducia in ciò che Dio compirà. La speranza ci offre un orizzonte più vasto e una visione del futuro.

Riconciliazione personale e sociale

Una parola va spesa sulla differenza tra il lavoro che si fa con le persone singole che hanno sperimentato il trauma e il lavoro per la guarigione della società. Com’è stato già notato, la conoscenza cristiana della riconciliazione, riguarda la guarigione dell'umanità della vittima e la nostra guarigione essendo creati ad immagine di Dio (Gen 1, 27). La riconciliazione sociale conta sulla ricostruzione della società dopo un conflitto. Essa pone l'attenzione sulla ricostruzione morale e simbolica della società, poiché questi due aspetti sono la base per avere la certezza che il conflitto non avvenga di nuovo. La riconciliazione sociale intesa in questo senso cerca la verità, il conseguimento della giustizia, la guarigione dei ricordi e il perdono sociale.

Spiritualità di riconciliazione cristiana

Vorrei ora tornare ad una spiritualità che può incoraggiare coloro che si dedicano all'opera di riconciliazione. Com’è stato già rilevato, senza una base di spiritualità sarà difficile sostenere le strategie di riconciliazione (trasformazione di conflitti, costruzione di pace). La spiritualità qui suggerita è importante sia per la riconciliazione individuale che sociale. Come le altre forme di spiritualità, le immagini esercitano un ruolo importante in quanto pongono al centro la nostra spiritualità e la portano avanti. Le immagini incarnano i concetti, ma hanno una risonanza più ricca. Similmente i racconti ci offrono la possibilità di collegare gli eventi che hanno cambiato tanto la nostra vita. Nella riconciliazione, i racconti sono doppiamente importanti; sia i racconti sulle vicissitudini delle vittime e come sono giunte alla guarigione, sia le storie di ciò che è successo a noi come persone e come siamo arrivate al punto in cui siamo ora.
In questa sezione, vorrei esplorare un'immagine che è al centro della spiritualità di riconciliazione e illustrarla riportando alcuni episodi tratti sia dall'esperienza contemporanea che dalla Bibbia. Tornerò, perciò, alle pratiche di spiritualità che emergono da questa immagine.

Ferite come fonte per una spiritualità di riconciliazione.

Quando pensiamo alle conseguenze degli eventi che hanno alterato per sempre la nostra vita in modo negativo, viene subito in mente l'immagine delle ferite. La ferita non è soltanto la testimonianza di qualcosa di male che è accaduto. Una ferita dolorosa o una cicatrice causata dall'offesa ricevuta testimoniano la funzione della memoria nella nostra vita. Nel caso di ferite profonde inflitte al nostro corpo e alla nostra anima, esse non ci abbandonano mai. Sono segni del cambiamento permanente che è avvenuto nella nostra vita. Le ferite, se ancora aperte, ci legano al passato in modi da cui difficilmente si può fuggire. Le ferite, se trasformate in cicatrici, servono come portali della memoria rivolta al passato e ci ricordano che ora ci troviamo in una situazione diversa.

Le ferite esercitano, nella riconciliazione, funzioni sia negative che positive. Guardiamo prima le ferite delle vittime. Se le ferite delle vittime rimangono aperte, amareggiano e affliggono la vittima che la porta. Possono spingere continuamente la vittima a rivivere il momento in cui sono state inflitte. Possono diventare un punto di riferimento che richiede tutti gli sforzi per essere comprese dal punto di vista della loro continua sofferenza. Un drammatico esempio di questo accadde nel 1989. In un discorso, Slobodan Milosevic richiamò alla mente del popolo serbo la battaglia del Campo dei Merli di seicento anni prima, nella quale i Serbi ortodossi furono sconfitti dai turchi Ottomanni. Quel ricordo era ancora tanto vivo da trascinare i Balcani in una guerra per i successivi sei anni.

Le ferite non rimarginate possono continuare ad avvelenare gli eventi futuri. Conosciamo persone che portano rancore per il male ricevuto negli anni precedenti, e non guariscono mai. La loro vita le tiene ostaggi d’eventi passati. Uno dei più grandi rischi di non aver cura delle ferite è che le vittime possono passare dall'essere vittime a diventare loro stesse esecutrici di male nei riguardi di altri. Nei conflitti sociali a volte è quasi impossibile giudicare chi è la vittima e chi è l'esecutore, dato che, in linea di massima, le parti coinvolte sono state entrambe. Inoltre, non è insolito che la gente che ha sofferto durante i regimi totalitari si sia data alla sregolatezza, all'anarchia o all'edonismo dopo l'abolizione dell'oppressione. Questo è il comportamento che non hanno tollerato durante i loro tempi migliori. Ciò si verifica quando viene ignorata o repressa la portata delle ferite.

Di conseguenza, nel ministero della riconciliazione, bisogna occuparsi soprattutto dello stato delle ferite delle vittime.

Ma come se le ferite hanno avuto la possibilità di guarire? Coloro che hanno curato le loro ferite sono i migliori candidati per l'opera di riconciliazione. Le persone che hanno sperimentato la guarigione delle loro ferite sono capaci di sviluppare un’empatia insolita con coloro che soffrono. Hanno una chiara visione delle ferite loro inferte, cosa che è molto più difficile sviluppare da parte delle persone di buona volontà. Questi guaritori, prima feriti, riescono ad entrare nell'universo della sofferenza e nella sofferenza delle vittime in modo eccezionale. Sono capaci di accompagnare le vittime per vie sconosciute a noi tutti. In verità, questi guaritori, prima feriti, spesso diventano più maturi e consapevoli della loro vocazione e incoraggiano altri a far parte del loro processo di guarigione.

Le ferite di coloro che guariscono possono, però, avere anche conseguenze negative. Se i sedicenti guaritori non riconoscono la presenza delle loro ferite (non prestando attenzione o rifiutandole), le loro ferite non possono aiutare gli altri. Questo si può verificare in vari modi. Prima di tutto, le ferite non riconosciute possono far precipitare i guaritori in un comportamento coercitivo nei confronti di altri come mezzo per espiare le ferite del passato. Ciò si può manifestare come "bisogno urgente" per espiare le ferite del passato. Altre volte, i guaritori non danno alle vittime la possibilità di cambiare, per timore che le vittime non abbiano più bisogno di loro.

Secondariamente, le ferite non riconosciute possono diventare così critiche che se il ricordo di loro si riaccende con gli avvenimenti presenti, il processo di guarigione viene deviato verso il guaritore, lontano dalla vittima. E infine, le ferite non riconosciute possono essere causa, al guaritore, di correre indebiti rischi, compromettendo sia il guaritore che la vittima. Questo è soprattutto il caso di persone portatrici di queste ferite e che quindi si trovano in situazioni di conflitto.

Mi sono fermato sulle ferite sconosciute perché spesso noi le troviamo tra i membri degli istituti religiosi. Queste persone ferite possono essere attirate alla stessa vita religiosa, o ad un lavoro pericoloso o ad un'opera di riconciliazione per dimostrare a se stesse e a Dio che in realtà non sono affatto ferite, oppure che sono capaci di guarire le ferite di cui sono portatrici. Questo è specialmente evidente nelle persone impegnate in attività frenetiche o che sono esposte a rischi fisici ingiusti per la loro e altrui sicurezza. Va menzionata un'altra possibile conseguenza delle ferite non riconosciute per coloro che operano a favore della riconciliazione. Anche le ferite rimarginate possono essere soggette a nuovo assalto quando si lavora in situazioni di trauma. Quando bisogna affrontare uccisioni di massa, mutilazione di persone, uso dello stupro come strategia militare, si guarda, per così dire, il male direttamente in viso. Lavorando per periodi di tempo prolungati in queste situazioni si può capire meglio come lottare contro il male incarnato. Il male difficilmente cede terreno e colpisce in tutti modi possibili per far prevalere il suo dominio. Tuttavia, in tali occorrenze comprendiamo il male, cosa che richiede tutte le nostre forze, comprese le proprie possibilità. Se non ci preoccupiamo di noi stessi, corriamo il rischio di sminuire la nostra umanità. Ho visto persone che hanno curato le loro ferite inflitte nel passato, che, nell'opera di riconciliazione, iniziano ad assumere un comportamento contestabile o addirittura sbagliato che normalmente loro stesse non approverebbero. (Questa si chiama in psicologia: "trauma secondario" nel quale, sperimentando eccessivamente il trauma altrui, traumatizza la persona che cerca di aiutare). Posto in modo semplice: se non si curano le proprie ferite, anche se sono rimarginate, il male aggredirà soprattutto a quel punto.

Questa presentazione delle ferite nell'opera di riconciliazione, sia le ferite delle vittime che le ferite di coloro che vorrebbero aiutare le vittime a guarire, potrebbe sembrare essenzialmente una presentazione psicologica o sociologica. Questa, però, prepara il terreno per finalizzare la spiritualità di riconciliazione.

Seguendo i principi teologici che stanno alla base della riconciliazione sopra delineata, situiamo la storia delle nostre ferite nella storia della passione, morte e risurrezione di Cristo, racconto biblico che si trova in Gv 20, 19 29. Quando Gesù appare ai suoi discepoli, entrando a porte chiuse, la prima cosa che fa è mostrare loro le sue piaghe. Qui si ha un profondo paradosso, Gesù, nel suo corpo risorto e glorificato, corpo che riesce ad entrare a porte chiuse, porta ancora le ferite della tortura e della morte. Quando i discepoli non lo riconoscono, sono le piaghe che Egli mostra loro come prova di chi Egli è.

Penso che questo suo agire abbia per noi due significati. Primo, com’è stato già detto, anche le ferite non rimarginate rimangono per sempre parte di chi noi siamo. Anche nel corpo trasformato del Signore Risorto, le piaghe sono tuttora lì. Forse Gesù le avrà usate per identificarsi, per insegnarci la verità. Il ricordo, la nostra relazione col passato, aiutano a dire chi noi siamo oggi e chi noi potremmo diventare.

Ci insegnano una seconda cosa. Quando Gesù mostra le sue piaghe per farsi riconoscere dai suoi discepoli, notiamo che esse non sono casuali o marginali riguardo alla convinzione che Gesù ha di se stesso. Esse sono, per così dire, parte del Suo autografo. I discepoli sono perciò inviati ad offrire il perdono di Dio. Le ferite che portiamo sono destinate a diventare fonte di guarigione per gli altri. Questo concetto è illustrato in modo ampio nella scena seguente del racconto. Tommaso, che era assente quando Gesù apparve ai discepoli, rifiuta di credere a ciò che sente dire. Forse non l'avrebbe potuto minimamente immaginare. Probabilmente era risentito per il fatto che l'avevano lasciato fuori dell'esperienza. Quando Gesù appare la volta seguente, la prima cosa che fa, va da Tommaso, lo invita non tanto a guardare le sue piaghe, quanto a toccarle, a mettere il dito in esse. Gesù mostra le piaghe della sua tortura, destinate a tenerlo isolato dagli esseri umani, a riconciliare Tommaso con Gesù, con gli altri discepoli e con la sua interiorità. A questo punto possiamo arrivare a capire meglio la frase della Scrittura: "Dalle sue piaghe siete stati guariti" (Is 53, 4; 1 Pt 2, 25).
Riconoscendo le nostre ferite, mettendole nelle ferite di Gesù, collegando la nostra storia con quella di Gesù, possiamo far diventare le nostre ferite mezzo di redenzione per gli altri. Possiamo mostrare agli altri che non siamo soli e separati dal sofferenza della vita umana. Conformandoci alla morte di Cristo, possiamo arrivare a sperimentare "la potenza della sua risurrezione" (Fil 3,10). La spiritualità della riconciliazione trova il suo significato nel curare le ferite: le ferite delle vittime, le ferite di coloro che operano per la guarigione, e le piaghe di Cristo.

Vorrei concludere questa sezione sulla spiritualità della riconciliazione imperniata sulle ferite con un altro testo di Paolo tratto dalla Seconda lettera ai Corinzi (4, 7 11):

"Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale".

Questo brano coglie diverse dimensioni della spiritualità delle ferite. La riconciliazione è un tesoro, un dono di Dio. Ma lo portiamo in vasi di creta, ossia, dentro di noi stessi quali fragili agenti umani dell'opera di Dio. Esplorare le ferite che ci segnano e riportarci alle memorie di cui esse sono emblematiche ci sollecita a superare il turbamento delle emozioni: le esperienze dovute a tribolazione, sconcerto, persecuzione e scoraggiamento. Ma persino in mezzo a queste esperienze, una certa forza ci aiuta a superare ogni ostacolo: non siamo schiacciati, indotti alla disperazione, dimenticati o annientati. Coloro che operano nel ministero della riconciliazione scopriranno queste emozioni nelle vittime, e spesse volte anche in loro stessi.

Ciò che qui risulta chiaro è che, nonostante tali avversità, noi non siamo schiacciati grazie al grande tesoro che portiamo dentro di noi. Paolo nota il paradosso che rende questo possibile: noi portiamo la morte del Signore nei nostri corpi. Qui il linguaggio è significativo. Molte delle afflizioni che reclamano con forza la riconciliazione sono scolpite nei nostri corpi, sia nel corpo delle singole persone, nel caso dello stupro e tortura, o nell'organismo politico, in termini di memoria storica. I ricordi non sono solo intellettuali o emozionali; essi sono spesso profondamente somatici. La morte di Gesù che noi portiamo nel nostro corpo è dunque una memoria somatica: il peso della sua morte scolpita nel nostro corpo. Si tratta di qualcosa che non si può dimenticare. La morte di Gesù è una ferita della memoria che ha molte dimensioni. E' una ferita che sta nel cuore del nostro essere e quindi cambia il nostro orientamento nei riguardi delle situazioni sofferte. Noi non possiamo congedarci da quella piaga, né distogliere il nostro cuore e la nostra mente in modo da dimenticarla. La ferita attira a sé la nostra sofferenza, ma non è essa stessa il centro dell'attenzione. Piuttosto, guarda, oltre se stessa, alla risurrezione di Gesù, quando le ferite si trasfigureranno e diventeranno un mezzo di guarigione.

Johannes Baptist Metz ha parlato di memoria rischiosa di Gesù Cristo, rischiosa perché è liberante, rischiosa perché, il tentativo di porre fine alla storia di Gesù annientando la sua vita soltanto, portò alla sua esplosione in un'altra dimensione. La grazia redentrice della riconciliazione, ossia la vita di Cristo resa visibile nei nostri corpi, ha lo stesso potenziale rischioso e liberante. E' la differenza tra l'essere colpiti, ma non annientati. La capacità di Dio di riconciliare in Cristo tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce le cose che stanno sulla terra e quelle del cielo (Col 1, 20) ci svela la connessione tra le nostre ferite, le piaghe di Cristo e il cuore trafitto di Dio che tanto ama il mondo.

Pratiche della spiritualità di riconciliazione

Quali sono le pratiche che incarnano questa spiritualità di riconciliazione? Vorrei presentarne due:

  1. la pratica della preghiera contemplativa,
  2. la creazione di spazi sicuri e ospitali.

La preghiera contemplativa potrebbe sembrare una pratica spirituale strana per un’azione così attiva come l'opera della riconciliazione. Ma esistono almeno tre buone ragioni per dare questo consiglio.

Primo, se la riconciliazione è anzitutto opera di Dio, e noi non siamo che agenti di Dio, allora per essere agenti fedeli ed efficaci dobbiamo essere in costante contatto e in comunione con Dio. La preghiera contemplativa è specialmente il mezzo più adatto. Nella preghiera contemplativa noi non diamo inizio all'attività come facciamo nella preghiera d’intercessione oppure nella preghiera di lode. Piuttosto, impariamo ad attendere in silenzio e con pazienza Dio che parla. Questo tempo d’attesa di Dio crea dentro di noi una calma che ci rende capaci di ascoltare Dio quando ci comunica la Sua parola. Tale silenzio e paziente attesa hanno l'effetto corollario di insegnarci come attendere e vigilare con coloro che desiderano essere guariti. Le vittime spesso hanno bisogno di raccontare ripetutamente le loro storie prima che si dicono parole di guarigione.

Secondo, la pratica della preghiera contemplativa ci prepara ai momenti in cui non ci giunge alcuna parola da Dio. Ritornare alla preghiera contemplativa anche quando non riceviamo alcuna parola da Dio, è spesso la condizione per trasformarci spiritualmente. Inoltre, la riconciliazione e la guarigione spesso non si realizzano, nonostante la nostra pazienza e sollecitudine. In questa attesa di Dio, il nostro sguardo è fisso sulle nostre ferite passate: c'è qualcosa dentro di noi che blocca questa comunione con Dio? Siamo tuttora sollecitati a curare le nostre ferite, non con atteggiamento masochista o narcisista, ma per imparare qualcosa di nuovo da tali ferite. Quando affrontiamo nuove situazioni, vengono toccati punti diversi delle nostre ferite. Possiamo scoprire parti che non sono state guarite; oppure scoprire potenziali che non sapevamo di possedere.

Essere nella attesa di Dio può anche prepararci ad uno dei momenti più difficili nel ministero della riconciliazione: momenti terrificanti quando Dio non solo fa silenzio, ma sembra essere addirittura assente. I sopravvissuti alle torture a volte raccontano questa terribile esperienza dell'assenza di Dio. Nonostante la loro fede profonda, al momento della loro più grande sofferenza si trovavano completamente soli, Dio era assente. Il grido accorato di Gesù sulla croce quando Dio sembrava assente (Mt 27, 46) è forse l'unico luogo dove possiamo cogliere l'angoscia Soffocante/opprimente.

Terzo, la contemplazione può accrescere la nostra capacità di immaginare la pace, la "creazione nuova" di cui parla Paolo (cfr. 2Cor5, 17). Nel lavorare per debellare la violenza, la pace è più che la cessazione di conflitto. La pace è, come abbiamo visto, un nuovo spazio completamente diverso da quello che ci aspettavamo. L'attesa e la vigilanza ci rendono sensibili ai più piccoli movimenti della grazia. La contemplazione, dunque, ci indica il modo come inoltrarci nel futuro.

La seconda pratica della spiritualità di riconciliazione è la creazione di spazi sicuri e accoglienti. Questi sono luoghi dove le vittime possono vivere per esplorare le loro ferite e iniziare ad immaginare un futuro diverso. Questi spazi sono sia fisici che sociali. La Truth and Reconciliation Commission (Commissione di Riconciliazione e Verità) dell'Africa del Sud fu intesa come una specie di spazio dove le vittime potessero arrivare a dire la verità senza ritorsione.

Questi spazi devono essere, prima di tutto, sicuri, ossia devono essere luoghi dove le vittime non vengono più ferite. Poiché queste ferite sono fondamentalmente una profonda breccia della fiducia, la sicurezza deve essere tale da poter guarire queste brecce, ristabilire la fiducia e ricongiungere le persone alla famiglia umana.

Nel creare spazi sicuri, gli agenti di riconciliazione preparano anche le vittime a sperimentare la presenza costante di Dio. Essa costituisce il fondamento dell'alleanza, del senso d’appartenenza, della fiducia in un mondo in cui si può continuare a sperare. La presenza continua di coloro che operano nell'ambito della riconciliazione (costanza alimentata dalla pratica della contemplazione) permette alle vittime di raccontare la loro storia senza essere interrotte o corrette, di conoscere qualcuno che le accompagni e non le abbandoni, di avere qualcuno che non rifuggirà dalla loro indignazione o dalle loro lacrime.

Il luogo deve essere anche accogliente. Il che vuol dire anzitutto che l'accoglienza offerta deve essere il linguaggio che la vittima comprende. E' l'ospitalità in termini di relazioni della vittima, non quelle della persona che la offre. Perciò l'ospitalità deve essere curata in modo speciale quando esistono differenze culturali tra vittime e coloro che desidererebbero aiutarle. In secondo luogo, ospitalità significa che la vittima va stimata, che l'umanità della vittima è riaffermata nonostante sia stata umiliata dal trauma o dal male commesso. L'ospitalità non è finalizzata ad altro, ma ha in se stessa qualcosa d’importante. Terzo, l'esperienza d’ospitalità può preparare la via verso l'esperienza dell'accoglienza divina dono che chiamiamo grazia. La grazia costituisce il momento in cui avviene la guarigione delle ferite, la natura umana è ricostruita, l'immagine divina (Gen 1,27) riacquista la sua luminosità nella vittima.

Il famoso racconto biblico che parla di creare uno spazio sicuro e ospitale è quando Gesù si presenta ai discepoli sulla riva e chiede da mangiare (Gv 21, 1 19). L'episodio narra che Gesù prepara da mangiare per i discepoli. Durante il pasto, che consisteva nel pane e pesce portato da Lui e dai discepoli, Gesù fa silenzio. Questo crea uno spazio tranquillo e accogliente. Soltanto quando ebbero mangiato Gesù si rivolge a Simon Pietro e gli chiede, per tre volte, se lo amava. La terza volta Simone si spazientisce. Ciò gli ricorda un episodio, avvenuto di recente, quando, intorno al fuoco, rinnegò Gesù dicendo persino di non conoscerlo. Tutte le volte, però, che Pietro riconferma il suo amore per Gesù, Gesù gli affida un incarico, quello di pascere i suoi agnelli. Gesù manifesta a Pietro la sua fiducia riconquistata affidandogli i suoi discepoli più vulnerabili. Come nel racconto precedente Gesù riavvicina Tommaso ai discepoli, la stessa cosa fa ora con Simon Pietro.

Conclusione

La riconciliazione è qualcosa che il nostro mondo d’oggi implora con forza. E perché questo si realizzi, dobbiamo essere profondamente radicati in una spiritualità che ci sosterrà in questo compito arduo. Un modo vitale per entrare in tale spiritualità è smettere con le nostre ferite, per potere arrivare a rimarginare le piaghe di Cristo. Due delle pratiche spirituali che ci aiuteranno a raggiungere questo traguardo sono quelle della preghiera contemplativa e della creazione di spazi sicuri e ospitali a favore degli altri. Esistono, naturalmente, molte altre dimensioni, ma è qui dove dobbiamo iniziare.

Robert Schreiter, CPPS


Robert Schreiter, CPPS, fa parte della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue e ha l'incarico di Consigliere Generale. Insegna teologia presso la Catholic Theological Union di Chicago (USA) e l'Università di Nijmegen, Olanda. I suoi libri e articoli sulla riconciliazione sono stati pubblicati in molte lingue.

Originale in inglese


PREGHIERA ECUMENICA PER LA PACE

Unico Dio di tutti gli uomini.
Tu hai creato la terra ed il cosmo,
nella loro varietà, nella loro bellezza,
nella loro fragilità.
Anche le diverse Culture e Religioni
sono alla ricerca di Te,
origine di tutte le cose.
Tu vuoi che tutti siano
gli uni per gli altri non una minaccia,
bensì una benedizione.

L'unico nostro mondo deve essere, secondo la Tua volontà,
per tutti una casa abitabile e pacifica.
Tu hai eletto il vicino Oriente a rendere noto, insieme a noi,
il tuo Nome e la tua Via in numerosi luoghi.
Abramo, Padre della fede per Ebrei, Musulmani e Cristiani,
ha ascoltato il tuo appello
nella Regione fra l'Eufrate ed il Tigri, l'odierno Iraq.
All'antico e al nuovo Popolo di Israele tu hai promesso
vita e futuro in modo speciale.
Noi Ti ringraziamo,
anzitutto per il nostro Signore e Fratello Gesù Cristo.
Egli è la nostra Pace.
Egli è venuto ad abbattere muri e a donare a tutti, senza differenze,
vita e futuro.

Noi Ti preghiamo
anche in unione a tutti i Fratelli e le Sorelle di quelle Religioni,
che nel vicino Oriente hanno la loro origine.
Noi tutti Tu hai creato a Tua immagine e somiglianza,
tutti sono Tua immagine.

A tutti coloro che Ti cercano nella verità,
Tu hai ispirato fame e sete di giustizia
e il desiderio di pace.
Tutti, Musulmani, Cristiani e Membri del Popolo di Israele,
aspirano ardentemente alla riconciliazione.
Tutti sono in lutto per le vittime
dell'odio e della violenza.
Tutti, secondo il Tuo progetto, sono anche chiamati
a collaborare alla costruzione di un mondo nuovo.

Noi, dunque, Ti preghiamo:
abbi misericordia di tutte le vittime e di tutti i colpevoli.
Poni fine alla spirale della violenza, dell'inimicizia,
dell'odio, della vendetta.
Dona a tutti, specialmente ai Responsabili della politica,
la convinzione che la via alla pace duratura
non è quella della guerra,
ma quella della pace nella giustizia.
Suscita in tutte le Religioni abramitiche
anche oggi persone cha siano strumenti, messaggere e messaggeri
di un mondo diverso.
Fa' che i cuori si aprano e la guerra cessi,
prima ancora di iniziare.
Dona pace duratura al vicino Oriente.
Fa che sorga per tutti una patria sicura.

Fa', Signore, che tutti gli uomini di buona volontà di tutte le Religioni,
a Nord e a Sud, in Oriente ed in Occidente, in responsabilità comune,
demoliscano le montagne dei malintesi,
riempiano i fossati dell'odio
e spianino strade verso un futuro in comune.
Fa' che tacciano le armi nell'unico nostro mondo,
e fa' invece risuonare più forte l'appello alla pace,
per tutti, senza differenze.
Signore, unico Dio:
fa di tutti strumenti della tua pace!